lunedì 1 febbraio 2016

DUUNKERKE

Dopo pochi chilometri d'autostrada arriviamo al parcheggio di un bel stadio da rugby. 

Finora di Duunkerke, dal finestrino di uno stanco ed usurato Berlingo, ho visto l'unico cimitero senza aiuole ma solo freddo cemento, un tennis club, delle industrie, alcuni centri commerciali e delle casette sparse in un panorama piatto e noioso.
Oltre al gia' citato Berlingo, ci seguono altri tre mezzi stipati all'inverosimile: bancali di legno, cibo, vestiti, giocattoli, materiale da cucina da campo e qualsiasi cosa puo' essere utile a chi vive nel fango e al freddo; materiale raccolto e preparato da gente di buona volonta' proveniente da qualsiasi latitudine.
Anche i passeggeri delle macchine formano una Babele mica da ridere, la maggioranza italiana e' felicemente contaminata da presenze spagnole, belghe e un bell' aiuto di un panettiere turco profuma le cabine delle vetture.

Il parcheggio dello Stadium du Littoral, e' curato, la struttura e' un autentico gioielllo, l'erba verde brillante, le H formate dai pali della porta del rugby attendono i coraggiosi e leali protagonisti di questo sport duro quanto elegante. E' paradossale davanti a tanto ordine, indossare qualunque abito e calzatura che limiti l'imbarcata di fango a cui stiamo andando consapevolmente incontro.

Mi aspetto una lunga fila di tende verdi e marroni, di quelle vecchie usurate ma ancora resistenti, quelle che i valorosi Alpini montavano nelle emergenze, quelle che ho usato da magazzino attrezzi quando facevo l'assistente alle colonie estive dei bambini, mi aspetto molto fango perche' ai miei amici che qua sono gia' stati e' la cosa che ha colpito di piu', poi onestamente non so piu' cosa pensare, non ho davanti a me un'immagine.

Poi un pugno nello stomaco. Quando mi dicevano Duunkerke e' un campo rifugiati con tende e niente altro pensavo una cosa ben organizzata seppur nella disgrazia e nell'indigenza, invece ti trovi davanti un campeggio improvvisato stipato di tende ad igloo di ogni dimensione, anche quelle da moto per una o due persone, i piu' fortunati hanno piazzato sotto un bancale, pallet per i piu' raffinati.
Il tutto ingoiato da un fango che non ho mai visto cosi' viscido ed agressivo, solo dove passano i mezzi dei volontari si riesce a camminare senza sprofondare.

I volontari fissi al campo muniti di radio cb portatili comunicano tra di loro ma la loro organizzazione  non e' proporzionata alla grande generosita' , tutto sembra improvvisato, prendiamo l'iniziativa e la cosa sembra accolta con favore.
Pallet, vestiti, scarpe, coperte e giocattoli nelle tende magazzino e allestimento di un veloce bancone per servire, the', caffe', cioccolato, frutta fresca e secca, qualche dolce.
Tutto viene assaggiato ed apprezzato ma l'impressione e' che ci sia bisogno piu' di cose semplici, di uso quotidiano, chi vuole il the' lo beve per scaldarsi ma anche per poter mantenere il bicchiere in plastica che puo' tornare utile in altre occasioni. Anche le cassette della frutta vuote sono ambite, sono un'ottima miccia per accendere un fuoco. 
Due fratelli, forse gemelli, di circa dieci anni, con in testa due ben visibili cappelli di lana hanno gia' puntato al fornello da campo con relativo gas, dopo averci fatto compagnia, aver bevuto una borraccia di the' esageratamente zuccherato, si meritano il trofeo, lo chiudono in una busta di plastica e lo portano alla mamma.

La luce del giorno inizia ad abbassarsi, le file per la cena ostacolano per un secondo la nostra uscita, la polizia mi controlla lo zaino, un ragazzo mi vede fare qualche foto, mi crede un reporter ma lo deludo subito, sono un semplice volontario, mi chiede un consiglio su cosa fare, e' iracheno e non sa cosa e' meglio per lui ed ha una gran paura di esser rispedito a casa, mi vergogno della mia ignoranza, gli dico cose che non gli serviranno, probabilmente lo deludo nuovamente. 
Noto una scritta su un piccolo muretto "good luck...my brother" e vicino dei prezosi stivali abbandonati.


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