venerdì 8 maggio 2015

Papa cool

Direttamente da basketnet.it riportiamo l'articolo di Lelefante:


Sono gli episodi capitati, magari qualche lettura o il navigare in internet che ti danno coscienza su un argomento a cui prima non avevi dedicato un'opinione.
Il rapporto allenatore/istruttore - genitore e' uno di quei temi che forse si tratta sempre con superficialità.
Quando ancora minorenne mi regalavano gloria chiamandomi assistente o vice, ma in verita' ero uno spostabirilli o al massimo un ostacolo mobile, sentivo dai miei guru la classica frase: la squadra migliore e' quella composta da orfani.
Se da giovane ho ripetuto questo mantra dopo l'ho totalmente rinnegato, esattamente come mi dissocio da molti di quei cartelli che girano sulla rete dove si indica un galateo di comportamento dei parenti presenti in tribuna.
Mi sembrano molto banali ed ipocriti.
L'educazione del genitore per me va a pari passo con quella che la società imprime sull'istruttore, ai suoi tesserati quindi ai ragazzi.
Mettere un cartello in tribuna e' molto semplice, fa certamente scena, soprattutto se fotografato e condiviso, ma conta poco.
Si badi bene, chi scrive ha avuto in qualche occasione problemi con i genitori degli atleti anche di eta' molto diverse, ammetto di non esser mai stato diplomatico e tanto meno malleabile. Anche nelle ottime relazioni (ci sono state anche queste) non ho mai ritenuto la confidenza una giusta maniera per gestire quel sottile filo.
Credo nelle riunioni periodiche, in un colloquio alla fine di un allenamento, sempre nel rispetto dei ruoli e nella fiducia.
Non dobbiamo noi operatori delle società mai dimenticare che sono i genitori che portano i ragazzi all'allenamento, sempre loro pagano le rette che sono fondamentali per portare a casa la stagione agonistica, per non parlare poi delle trasferte dove spesso con tre macchine risolviamo il problema.
Alla base di tutto c'e' una parola chiave sola: educazione.
Educazione prima comportamentale poi sportiva, un bambino che entra in palestra e saluta e' già un'ottima base per l'istruttore.
Da recente genitore insisto molto sulla comunicazione di mia figlia: il saluto, per piacere e per favore, grazie, prego, scusa sono fondamentali per il mio modo di vedere la sua crescita e le deve usare a menadito con la famiglia ma soprattutto nei rapporti con il mondo esterno.

Giorgia Jurga ora che il sole bacia Gent (Belgio) passa il post scuola ai giardinetti con vari interessi, dalla raccolta di fiori e sassi, ai classici giochi e solo nell'ultimo mese ha dato segni di propensione ad una generica attività motoria.
Una corsa a ritmi diversi, arrampicare, un maggiore coraggio in salti e tuffi sulla sabbia.
In maniera del tutto spontanea nelle nostre uscite verso il campo giochi vicino alla bellissima cattedrale di Sint Jacob, l'altro giorno si e' trascinata la sua palla preferita, quella di Elsa, Anna e Olaf, protagonisti del film Frozen. Se avete una figlia under dieci sapete di cosa parlo. Ammetto che nonostante la palla non sia arancione e sia sprovvista di spicchi, l'emozione mi e' corsa sulla schiena.
Arrivati alla panchina base, parcheggio la bicicletta, non ho forzato la mano e con distacco ho chiesto come sempre: altalena? Purtroppo la risposta e' stata si, quindi inutile attesa con pallone sotto braccio.

GJ pero' recupera immediatamente punti, blocca l'altalena e chiede: giochiamo a palla? Certo - e poi pandemonio: andiamo a giocare al campo da basket?
Groppo alla gola, bruschetta nell'occhio: Va bene, piccola!
Un misto di palleggi e passaggi, corsa (solo sua!) e calcio, ma va tutto bene, l'importante e' calcare quell'asfalto, stare nell'ombra del canestro, pestare le righe bianche.
Il mio ruolo e' di spalla, di sponda, cosi' posso guardarmi in giro e scorgo padre e figlio con palloni da basket sgargianti, il papa' e' molto cool, jeans stretti, maglietta che sembra infilata a caso ma che invece ha una sua precisa vestibilita', barba rasa e curata e occhialino come tipico del finto nerd hipster, berretto di lana nonostante i venti gradi. Figlio biondo che sfonda di poco i dieci anni, secco, jeans e sneakers, felpa con il cappuccio.
Il loro sembra il classico gioco del giro del mondo, il biondino e' un po' impostato si vede che frequenta il minibasket ma magari qualche allenamento l'ha saltato, il padre e' un giocatore da parrocchia non ha particolare dimestichezza.
Incrociamo un paio di volte le nostre traiettorie, io rendo la palla esageratemente gonfia, il bimbo abbassa gli occhi senza neanche un timido Dank u.
La scena clou arriva su un tiro della media del bimbo, che sbatte sul primo ferro e la palla schizza verso la meta' campo, la recupera, e torna verso la posizione lasciata con una partenza in palleggio con la mano destra.
Ed e' in quel frangente che il papa' lanciando il cappello di lana interviene, fa ampi cenni che il suo palleggio e' alto, che i suoi occhi guardano l'asfalto, e' evidente che questa e' un'osservazione che il bimbo riceve spesso, perché il padre e' molto deluso.
Per tutta risposta il biondo classe duemilatre circa (ho ancora questa influenza da coach: non quanti anni hai ma di che anno sei; d'altronde il mio codice bancomat e il pin del telefono li ricordo con i nomi di ex atleti e collego la loro annata….) scaglia la sfera sulla tabella e se ne va con un labiale che non percepisco, ma l'espressione e' chiara.
Si siede sulla panca, il papa' lo raggiunge, conversano per un paio di minuti, poi il papa' torna ad allenare il suo tiro mentre il bimbo va in altalena.

Caro padre molto cool, mi permetto di consigliarti, lascia stare il palleggio del ragazzo, la prossima volta porta una palla sola e gioca con tuo figlio e soprattutto digli di ringraziare, salutare e sorridere, sempre. Soprattutto al campetto.

lunedì 27 aprile 2015

Disagio sportivo

Probabilmente se seguite il calcio di vertice italiano non condividerete nulla di questo post.
Sono stato tifoso anche acceso, da chiacchiera da bar e commenti del lunedì; poi non mi sono adeguato alle pastette, ai biscotti, al delinquere, al malcostume e anche alla violenza.
Sono juventino, un amore giovanile, ma ormai più che un matrimonio e' una relazione aperta, come con quelle donne con cui sei stato bene ma ormai hai consumato la passione; lei ha la sua vita, tu la tua.
Un saluto e un caffè lo si prende ancora volentieri assieme ma nulla più.

Non posso sopportare i titoli dei giornalisti, i salotti delle televisioni di second'ordine, i processi, gli appelli e i contrappelli, i giochi di parole come zozzoneri, rubentus, merdazzurri, di cui non trovo alcun collegamento, nessuna capacita' di giocare con le parole e lettere, nessun significato.

Poi anche tecnicamente non ho una preparazione, per me lo spettacolo e' il goal, non godo per un fuorigioco fatto bene o una diagonale perfetta.
Come giocatore sono stato un bomber dell'asfalto di Poggi Paese, ma giocavo sulla quantità delle presenze, la qualità era di Muci, Frapo, Tony e Roby.
Al massimo posso ricordare con poca modestia la scarpa d'oro vinta e consegnatami da Rino Gandini, mitico portiere della Triestina e padre dell'ex pivot della Pallacanestro Trieste, come miglior marcatore ai Giochi di Settembre della mitica parrocchia Gesu' Divino Operaio (GDO per tutti).

Quindi questo deficit di entusiasmo per il calcio di vertice, la mia carenza tecnica sommata alla mia lontananza da casa ha scatenato ulteriormente in me il tifo per la squadra della mia città, l'Unione, la Triestina.
La seguo nonostante la categoria, i faccendieri che ne hanno la gestione, la carenza cronica di risultato. Insomma amore vero, per la maglia, per il significato dell'Alabarda, per la città.

Quindi leggo di calcio minore, apprezzandolo pure.
Sia chiaro la Triestina per me e' serie B o C1, nutro sempre il sogno di vedere almeno un campionato al Rocco di serie A, solo per la soddisfazione di tifoso.
Pero' e' vero che nella mia città il calcio minore e da sempre seguito ed amato, ricordo che il mitico settimanale Triestesport fece molti anni fa un'osservazione centrata ed interessante di come il pubblico presente al Rocco (o ancora al Pino Grezar?) potrebbe essere integrato in maniera importante con il numero di tifosi che seguono settimanalmente i vari tornei di calcio a sette.

Il calcio a sette sotto San Giusto e' un'istituzione, in una città in costante difficoltà per carenza di strutture sportive, il campo a sette e' una sicurezza, ogni quartiere ne ha almeno uno.
Che poi il calcio a sette e' tipicamente triestino, infatti in giro ho sentito il calcio a cinque o calcetto, futsal per i più fighi, poi il calciotto oppure aspettare l'estate per bruciarsi le piante dei piedi sulla sabbia rovente per il beach soccer.

Una vera galassia di calcio minore, forse più sano, che potrebbe rianimare la passione di molti delusi; magari potrebbe essere più organizzato, più corporativo.
Allora lancio a qualche mio amico calcisticamente più preparato questa idea: istituire una federazione parallela e in antitesi con i dinosauri di Tavecchio, un team che sappia valorizzare il meglio dello sport, della vita sportiva di tutti i giorni.
Il calcio minore che non segue la politica litigiosa e inconcludente e la società allo sbando adeguandosi a quello che ormai hanno fatto i protagonisti della serie A. Il calcio minore che si aggrega in tutte le sue forme, che si allea e forma un corpo solo.

Una federazione italiana calcio amatoriale, dove si propagandano alti valori morali, e si ha un unico obbiettivo comune tra dirigenti, allenatori, giocatori, arbitri e tifosi.
Insomma un mondo, una galassia, che giri intorno alla Federazione Italiana Calcio Amatoriale.
Un mondo, una galassia che giri intorno alla FICA.

mercoledì 22 aprile 2015

Sono ricco

Influenzato dai racconti del sito, il fidato economista del blog si cimenta in una storia.
Ha alzato insomma la testa dai suoi weekly pillows, ha preso la penna e ha prodotto: Sono ricco.

Grazie coach K.



Sono ricco… d’età ed esperienze e ho i miei lussi: mi estraneo, quando qualcosa non mi piace o mi spazientisco, mi isolo… e ricordo. E’ un gran lusso, perché alla mia età ti lasciano in pace, non insistono o ti pungolano, come facevano molti anni fa.
Da sempre, la prima volta credo a 6 anni, se mi annoiavo me ne andavo, non fisicamente, ma partivo per i miei viaggi mentali, mi distraevo, pensavo a fantasie, immaginavo. Ma era praticamente impossibile, venivo richiamato alla realtà, mi strattonavano, mi prendevano in giro. Ora è diverso: il passato mi fa vivere il presente, ricordo e vago con le molte cose occorse alla mia vita, il presente è miserabile: vivo con figli e nipoti, e mi sposto dal letto alla poltrona.
Oggi però è il mio compleanno ed hanno deciso di portarmi in città per farmi un regalo. Io, al solito, non ho chiesto nulla, ma per i nipotini bisognava portare fuori il nonno e comprargli… una pipa. L’ho detto che sono ricco: ricordo e fumo. Purtroppo l’ultima pipa si è rotta e non riesco ad aspirare più bene ma, ripeto, non ho chiesto nulla. Continuavo a fumarla perché anch’essa legata ad un ricordo, ero stato in America un anno, a studiare medicina; ero arrivato un po’ prima delle vacanze di natale, sbarcato a New York ed accolto dalla prima grande nevicata, faceva freddo ed il vento mi impediva di accendermi la classica sigaretta. Avevo un paio di giorni liberi, prima di cominciare gli studi e così cominciai a gironzolare, mentre camminavo per la Lexington, con le scarpe sommerse dalla neve, scorsi una vetrina con dentro della gente che sembrava godersela alla grande, avvolta da nuvole di fumo. Non capivo bene di cosa si trattasse così ci ripassai davanti un’altra volta e poi decisi di entrare.
Faceva caldo, salutai stentatamente e chiesi di togliermi il cappotto. Fui accolto con gentilezza ed invitato a sedere. Mi venne chiesto cosa volessi ed io domandai un tè. Il mio ospite mi sorrise e mi spiego che quella era una “fumeria”, ovvero un posto dove si chiacchierava tra una boccata e l’altra; in effetti guardandomi attorno scorsi varie persone a fumare sigari o tirare la pipa. Le mie sigarette erano decisamente fuori posto per cui chiesi un sigaro e come risposta ottenni un sorriso. Mi venne fatto cenno di alzarmi e fui introdotto in un'altra stanza dove tabacchi e sigari riempivano intere pareti, non volevo andarmene visto il tepore ma ero evidentemente imbarazzato, con mio grande sollievo (e considerato il mio abbigliamento non proprio sfarzoso) mi venne consigliato un Hoyo de Monterrey di provenienza cubana. Per me era la prima volta, lo accessi con non poche difficoltà e mi adagiai su una comoda poltrona pensando al mio futuro, mi ero appena congedato dall’esercito e cercavo una specializzazione per aprire un mio studio di medicina privato, sognavo una casa con un caminetto, una moglie yankee e qualche pargolo, insomma la tipica vita media americana.
Dopo quasi tre quarti d’ora, in cui forse mi ero pure appisolato, decisi che era arrivato il momento di tornare a bighellonare, ma vista la gentilezza riservatami volli assolutamente comprare qualcosa, un oggetto che mi rimanesse nel tempo e mi ricordasse il primo impatto con gli Stati Uniti, comprai la mia prima pipa, una Peterson.
Ora a distanza di più di 45 anni mi ritrovo di nuovo col cappotto addosso pronto ad uscire coi nipoti a guidarmi in un piccolo negozietto dotato di varie pipe e oggetti da fumo.
Ho sempre freddo, indosso un cappotto con sotto una sciarpa, un maglione di lana grossa ed una camicia di flanella, calze da montagna, pantaloni a coste di velluto ed il mio inseparabile cappello pesante, acquistato dopo 20 minuti di permanenza  a Boston, grazie al vento proveniente dall’Artico.
Entriamo e, stranamente, nessuno fuma…ritorno ai ricordi…ho un nipote per mano ed appena il commesso ci mostra le sue numerose pipe i pargoli restano esterrefatti, sono tutte luccicanti, pulite e odorano di nuovo. Ho sempre raccontato poco di me, alle domande rispondevo con altre domande, sempre per il fatto che mi estraniavo, e mi ricapita pure ora.
Poi, ad un certo punto, il nipotino più piccolo, con un innocente grazia, mi gira il mento, in modo che lo possa fissare negli occhi, in mezzo a noi una bella pipa, grande, curva, rossa, e le parole mi escono dal cuore, senza che possa trattenerle:
“E’ la stessa che usava il mio amico Sherlock”.

sabato 11 aprile 2015

Pelapatate

Non serve a nulla essere in una metropoli mondiale da nove milioni di abitanti se poi rimani chiuso in una stanza da poco più di venti metri quadrati che affittano come monolocale o più elegantemente studio.
La stanchezza pero' non mi fa muovere da questo buco per quel poco tempo libero che il mio lavoro mi permette. Quindi mi adagio sul letto magari con un sottofondo musicale e riposo senza dormire. Per non avere cattivi pensieri, alimento un po' la nostalgia, i ricordi non sono mai cosa negativa per me.

Ricordo i miei pomeriggi invernali nella mia cameretta a casa dei miei genitori, completamente azzurra come conveniva per i figli maschi: copriletto, abat jour, gli elementi più piccoli del grande armadio tutto con il colore del cielo terso.
Avevo i miei giochi, ma passavo molto tempo alla scrivania, disegnavo molto e riportavo le scritte che vedevo in giro, da quelle sui muri della città alle insegne luminose dei negozi e della pubblicità. Non mi interessava il testo, il significato, ma il carattere, la grafica, quello che oggi grazie ai programmi di videoscrittura dei computer chiamiamo fonts.
La mamma passava per la stanza e diceva: i compiti? Chiedevo un aiuto ma lei rispondeva: pelo le patate poi arrivo! Purtroppo non arrivava mai.

A scuola galleggiavo, senza infamia e senza lode, fondamentalmente come molti ragazzi non ci andavo volentieri. Ricordo con piacere solo alcuni insegnanti, altri li ho totalmente rimossi, nessun odio comunque.
La mamma andava a parlare con i prof solo nei colloqui collegiali, quelli periodici, al pomeriggio. Tornava a casa e mi diceva sempre la solita cosa, il banale e usurato "sei intelligente ma ti applichi poco" replicavo "vedi, mamma…" ma non facevo in tempo a proseguire che lei incalzava "mi dici dopo, devo correre a pelare le patate". Poi la cena, un film e buonanotte.

Ero ancora forse alle medie quando disegnai una scritta "Nutella" diversa dalla solita a cui siamo abituati, ero soddisfatto, felice, volevo mandarla alla fabbrica per sottoporla al direttore, al capo, al padrone.
Mi brillavano gli occhi davanti a quel foglio.
"Mamma, vieni a vedere cosa ho scritto!"
"Preparati per andare a calcio"
"Mi accompagni?"
"No.Devo preparare la cena per stasera, sto pelando le patate."

Scuola e calcio, anche a cena gli argomenti con papa' erano questi, per poco, mangiando, poi qualche minuto prima di andare a letto.

La mia fortuna e' arrivata nella mia estate da quasi maggiorenne, ho trovato un lavoro stagionale in uno stabilimento balneare, facevo piccole manutenzioni, curavo la spiaggia praticamente l'assistente dell'assistente bagnanti. Ad ottobre poi il boss mi ha confermato, avanti con la manutenzione e garzone al bar per tutto l'anno, due lire in tasca e tanti saluti a banchi, gessetti e lavagna.
Tornavo a casa stanco e felice, poi con gli amici potevo uscire quasi ogni sera grazie alla paga d'apprendista. Compiuta la maggiore eta' ho potuto anche comprarmi una macchina, una Fiesta, nera, con pochi chilometri.
Con le chiavi in mano sono arrivato a casa:
"Mamma, guarda, la macchina nuova! Scendiamo a vederla! Ti porto a fare un giro!"
"Magari dopo, semmai mi affaccio alla finestra, dalla cucina vedo il parcheggio, ora devo pelare le patate"

La Fiesta come il lavoro e' durato poco.
La vendita del bolide nero e' servita per l'acquisto del biglietto di sola andata per gli Stati Uniti. Tappa quasi obbligata dopo la chiusura definitiva dello stabilimento e la dritta di un cliente del bar che grazie ad un parente mi ha assicurato un posto di lavoro al ristorante di famiglia ad Uptown, Chicago.
Con la valigia pronta ho aspettato papa' che mi ha accompagnato all'aeroporto, la mamma con gli occhi lucidi mi ha stretto in un abbraccio e mi ha velocemente salutato.
"Scusami ma non posso venire, devo pelare le patate"

Ed ora qui in questa stanza con le ore contate prima di correre al ristorante, una via di mezzo tra una tavola calda ed un fast food, dove pero' la carne sa di carne, le verdure di verdure, i piatti sono di ceramica, i bicchieri di vetro e le posate di alluminio, ed io in cucina pelo le patate.

mercoledì 1 aprile 2015

Volontariato

Non ho dovuto sudare poi molto per ottenere le mattine libere.
Dei tre turni di lavoro il pomeriggio e' quello maledetto da tutti, "ci spacca la giornata" e "non puoi far nulla" sono i commenti più inflazionati.
Le notti ormai se le sono divise i più giovani, l'integrazione dello stipendio e' necessaria, pensano di coprire più velocemente il mutuo casa e il debito della macchina, tra un paio d'anni ambiranno anche loro alle mattine come tutti gli altri.
Ho approfittato di questa inclinazione comune per organizzarmi le giornate, e ormai le mie abitudini sono metabolizzate.
 

Il mio tempo libero inizia verso le ventitré quando dopo il percorso in tram arrivo a casa dopo la giornata di lavoro e, caschi il mondo, trovo mia moglie Gloria sul divano, con la televisione accesa, telecomando in mano.
Mi ospita sotto la coperta e ci vediamo un film, talvolta presi dalle chiacchiere perdiamo il filo e riproponiamo lo streaming o il DVD al giorno dopo.
 

Al mattino riesco a rubare almeno mezz'ora di sonno in più grazie all'indipendenza della bimba che si sveglia velocemente e si prepara da sola e alla disponibilità di Gloria che le fa da spalla per qualsiasi cosa.
Di solito arrivo in sala mentre loro fanno colazione, ho già indossato la mia tuta sportiva, facile da vestire in velocità, le saluto poi un po' d'acqua sul viso ed esco con la bimba, tram delle sette e quarantadue, e quelle quattro chiacchiere a cui non potrei mai rinunciare.
Un veloce bacio, e la telefonata di Gloria, "e' a scuola? Tutto ok? Buona giornata a stasera".
 

Sono solo, le mie donne sono ai loro impegni giornalieri, vado al solito bar vicino alla scuola, capuccino-brioches-acqua-giornali, e immancabilmente qualche commento saggio di chi il bar lo vive.
 

Come al solito il percorso di ritorno lo faccio a piedi, passando talvolta a passo di corsa in un piccolo parco dove mi fermo sempre a salutare l'Egidio. Anzi Legidio.
Dalle mie parti non si usa come nel milanese mettere l'articolo al nome proprio ma per l'Egidio, anzi Legidio, e' sempre stato cosi', tanto che qualcuno pensa che effettivamente l'iniziale del nome sia la L.
Legidio e' quasi sempre solo, magari a volte seduto vicino c'e' Bulova (

http://lelebassiblog.blogspot.be/2014/04/bulova.html
) ma non sempre la compagnia e' gradita, Legidio non beve e il frequente e persistente odore d'alcool di Bulova lo nausea.
A differenza di Bulova poi, Legidio non ha un delirio monotematico, lui parla con assoluta lucidità per almeno un paio di minuti, ma se fa una digressione o apre una parentesi, perde completamente il filo del discorso ed inizia uno sproloquio misto di politica, calcio, sue fantasie e gossip di quartiere.
A me passare un'oretta con lui magari prima di fare la spesa non costa nulla, lo invito a bere un caffè lui mi risponde sempre "magari domani" e poi ci sediamo sempre alla solita panchina.
In queste abitudini si e' inserito un signore che porta sempre il suo piccolo cane a passeggio, un uomo distinto, con un loden verde e degli occhiali tondi, il cranio raso e una faccia simpatica, lui ci guarda ci sorride e procede con il bassotto.
Una mattina l'ho visto al bar anche lui con la sua tazzina e la sua brioches, mi ha riconosciuto e sorriso, poi uscendo il barista lo ha salutato: A domani, professor Bonetti!

Il dottor Bonetti, luminare della psichiatria, apprezzato professionista, discusso per le sue pubblicazioni, uomo di raffinata intelligenza, creatore di opinione.
Ho letto un suo libro dove sintetizzava il lavoro suo e delle sue equipe lungo il passare degli anni, il continuo aggiornamento. Spiega cos'erano veramente i manicomi, le case di cura e le prigioni psichiatriche. Un libro che sprizzava passione, una scrittura che mi ha preso totalmente. Appena lo incrocio di nuovo lo fermo il prof anche solo per stringergli la mano.

Una mattina si parlava con Legidio di un piccolo episodio di delinquenza successa in quartiere, un'aggressione ad un'anziana a scopo di rapina, finita in maniera goffa e per fortuna senza conseguenze fisiche ed economiche per la nonna.
Ma sono bastate le parole "rubare" e "rapina", per passare ad uno scandalo calcistico di un rigore non dato, e la frittata dell'Egidio (dellegidio?) e' stata servita: da palo in frasca in un nanosecondo.
A me piace sentirlo comunque, ogni tanto annuisco, quasi mai rispondo, ho capito che preferisce non essere interrotto ma solo ascoltato.
Ascolto e osservo in giro, quando passa il dottor Bonetti, fermo Legidio lo saluto, e vado verso lo psichiatra.

"Buongiorno, dottore!"
"Buongiorno, brava persona!"

Mi ha preso alla sprovvista: "grazie, ma perché?"
"La vedo sempre chiacchierare con Legidio"
"Sa, ho le mattine libere, al parco sto bene, lo ascolto volentieri spesso ha sprazzi di grande intelligenza e cultura e poi mi fa male vederlo parlare da solo"
"Lo so, caro, ma vede….Legidio non parla da solo, parla con gli angeli"

venerdì 27 marzo 2015

Convivenza moderna

La mia e' una stanza grande: oltre al letto ad una piazza e mezza ho una bella poltrona che ormai ha la mia forma impressa sui cuscini verdi, credo di esser stato il suo unico ospite da quando e' stata montata.
 

La televisione e lo stereo un po' anni ottanta si danno il cambio turno, mi piace avere sempre un sottofondo di musica e parole mentre leggo i giornali o semplicemente penso.
Fino un po' di tempo fa avevo anche quelle dannate consolle che simulano qualsiasi tipo di sport, avventura o battaglia, in maniera coinvolgente, poi troppi aggiornamenti, troppe versioni, troppi soldi.
 

D'inverno l'orario centralizzato del riscaldamento del condominio assicura un tepore anche quando vedi fuori dalla finestra il vento soffiare e la neve imbiancare la strada. D'estate invece basta andare in soggiorno e regolare il condizionatore d'aria per non bagnare di sudore le lenzuola e riposare in maniera adeguata.
Saltuariamente sul mio tavolino collego un piccolo frigorifero da automobile per tenermi qualche bibita fresca.
 

Il rapporto con gli altri inquilini e' ai minimi strorici, li incrocio talvolta nel corridoio quando devo uscire dalla mia stanza per lavarmi o pisciare.
Passando li vedo in salone, sempre davanti alla TV, sento bofonchiare qualcosa che ormai non capisco più e non mi sembra interessante.


Siamo da troppi anni qua dentro e non abbiamo forse più niente da dirci.
 

Non abbiamo più novità di cui parlare probabilmente perché ormai ci basta quello che abbiamo, ci bastiamo in queste quattro mura, non usciamo se non per fare una spesa.
A me va bene cosi'. 

Fino a qualche anno fa almeno uno dei due passava a farmi un saluto o magari passavo io, ora non più, il confronto e' casuale.
 

La convivenza e' legata all'arte di ignorarsi forse tutti e tre sappiamo che questo menage e' una miccia pronta ad essere accesa e a far scoppiare una bomba, starà a noi dopo la deflagrazione o far finta di niente o prendere dei provvedimenti. Saremo mai in grado di abbandonare le nostre abitudini per ricominciare? Tornare allo stadio e andare al cinema rinunciando alla Pay Tv? Magari traslocare per abitare in un appartamento caldo d'estate e gelido d'inverno, con spazi angusti, senza parcheggio ed ascensore?
 

E' difficile per me uscire anche per una pizza, preferisco la consegna a domicilio, figurati un trasloco.

Ma qualcosa bisogna pur fare, non si può andare avanti cosi' anche perché: mamma e papa' ormai hanno superato i settanta ed io mi avvicino velocemente ai cinquanta.

venerdì 6 marzo 2015

Arrivederci

Nella vita di ogni giorno sono piuttosto ottimista, obiettivo, non polemico: e' il mio lavoro che mi trasforma. Probabilmente chi mi sente parlare di musica trova dei livelli di presunzione inaccettabili, pensa ad un invidia che mi corrode, ma da quando suono mi sono messo dei paletti, ho seguito dei criteri con coerenza e costanza, qualche risultato l'ho portato a casa, qualche soddisfazione l'ho raccolta.
Allora riconoscendo chi ha più talento, chi e' più bravo, vado avanti seguendo quella strada che non ho trovato pronta ma che ho battuto chilometro per chilometro.

Non contratto alcun ingaggio, ho un prezzo variabile che decido solo io, preferisco un paio di cene a pane e formaggio scaduto piuttosto che scendere a compromessi.
Per l'Inferno il prezzo e' sempre lo stesso, il proprietario Gibi sa esattamente quanto incassa, chi entra e chi non entra quando suono io. Da quando ci sono i messaggini del cellulare, solitamente ad inizio settimana mi arriva un anonimo -Giovedi'- e' Gibi che mi fissa la data.

Dopo una serata all'Inferno, Gibi mi avvicina e mi chiede la disponibilità di suonare per il locale di un suo amico che ha aperto da poco. Il locale si trova ad oltre cento chilometri da casa, Gibi gli ha parlato di me e mi prega di lavorare alle stesse condizioni dell'Inferno.
Accetto. Gibi e' uno sbruffone pieno di se, ma con me e' stato sempre gentile, preciso ed onesto.

La serata non va benissimo il locale nuovo pur essendo molto carino ed organizzato fatica a decollare, ed io non sono quello che si dice un riempipista. Il proprietario amico di Gibi mi ringrazia, mi paga, ma si capisce da come mi liquida che non e' soddisfatto.
Me ne faro' una ragione, ma per stasera e' un problema, in quanto contavo in un passaggio per il ritorno da parte sua o da qualche suo cliente amico o collaboratore.
Sono nel parcheggio di un locale poco frequentato per altro ormai chiuso, nel buio pesto, a due passi da una statale non così' frequentata.
Probabilmente il cachet ricevuto non paga la tariffa extraurbana notturna e i cento chilometri e più di un taxi.
Torno indietro di quindici anni quando con due amici raggiunsi la costa adriatica con l'autostop.

Passa quasi un'ora, e non più di una quindicina di macchine, quando si ferma una vecchia Renault Espace.
Un uomo forse leggermente più vecchio di me alla guida e dietro un signore di almeno sessant'anni che dorme, il sedile centrale vuoto e tutto spostato sulla destra un ragazzo forse ventenne con un casco da moto tra le ginocchia che guarda fuori dal finestrino senza farsi distrarre dalla mia entrata in macchina.
Un saluto rapido e piuttosto timido e imbarazzato, dico la mia destinazione, e l'autista risponde: Ok!Perfetto!Ci passo!

Il silenzio e' irreale non mi fido a dormire, meglio tenere gli occhi aperti, decido di rompere il ghiaccio: Andate tutti dove vado io? Il ragazzo con il casco tra le ginocchia mi dice: Chiedi a lui!  Indicando l'autista che prontamente aggiunge: Passo anche li, quando serve!
Il sessantenne sposta il suo lato di sonno sbattendo il cappello sul finestrino.

Abbastanza turbato dalle risposte decido che e' il caso di restare in silenzio per quanto possibile, penso alla serata nella sua totalità e l'unica cosa che ottengo dal mio rimuginare e': che per essermi fatto più di un'ora di pullman a tardo pomeriggio, aver suonato per quattro gatti, e aver messo a repentaglio la mia esistenza con questo assurdo viaggio in automobile, ho chiesto troppo poco denaro.

Per vincere il sonno mio, ma soprattutto quello possibile e nel caso letale dell'autista, riprovo a parlare: Stai rientrando dal lavoro?
L'autista dopo una smorfia mi risponde: No, non lavoro, ho la fortuna di avere una rendita, grazie a mio nonno che durante la guerra e' riuscito in qualche maniera a lucrare, poi mio padre ha dilapidato tutti i soldi e le attività ma prima di morire ha venduto tutti gli immobili rimasti tranne casa nostra e con quello che ha incassato ha garantito una vita dignitosa a me, dopo di me pero' il nulla.

Penso che probabilmente non ha voglia di parlare e con questa cazzata mi ha zittito, fosse veramente ricco magari qualcosa di meglio di questa Espace che seppur tenuta bene vent'anni li ha tutti, potrebbe avere.
Giro leggermente il collo e con la coda dell'occhio vedo il ragazzino: Tu? Sei un suo parente?
No, sono rimasto in strada con il mio motorino a circa dieci chilometri da casa, non distante da dove sei salito tu, ho fatto l'autostop e lui mi ha tirato su, arrivati davanti a casa mi ha offerto cinquanta euro per restare in macchina a fargli compagnia, con la promessa di essere a casa prima delle otto di mattina.

Altro che non ha voglia di parlare: due a zero per loro.

La giornata sta per iniziare, la luce naturale mi rassicura un po', siamo ormai prossimi all'entrata in città, l'autista mi ha comunicato che mi lascerà assieme al vecchio che continua a dormire, vicino alla stazione, per me e' perfetto in meno di un quarto d'ora a piedi saro' a casa.
In prossimità dell'arrivo mi offro per pagare una colazione ma l'autista ringrazia ma rifiuta, dice che deve proseguire poi mi prega di svegliare il vecchio.
Senza una parola in più di: ciao.Grazie.Prego ripetuti un paio di volte ci lasciamo.

Il vecchio e' ancora assonnato e non si muove benissimo, chiedo se ha bisogno d'aiuto, mi porge il braccio e camminiamo assieme fino al vicino binario dieci del treno, dove si accomoda su una panchina e mi saluta.
 

Ma aspetta un treno?
No, vivo qui.
E dove dorme ?
In macchina del signore di prima, passa a prendermi verso le ventidue. Arrivederci.
Arrivederci

Tre a zero per loro?