sabato 11 aprile 2015

Pelapatate

Non serve a nulla essere in una metropoli mondiale da nove milioni di abitanti se poi rimani chiuso in una stanza da poco più di venti metri quadrati che affittano come monolocale o più elegantemente studio.
La stanchezza pero' non mi fa muovere da questo buco per quel poco tempo libero che il mio lavoro mi permette. Quindi mi adagio sul letto magari con un sottofondo musicale e riposo senza dormire. Per non avere cattivi pensieri, alimento un po' la nostalgia, i ricordi non sono mai cosa negativa per me.

Ricordo i miei pomeriggi invernali nella mia cameretta a casa dei miei genitori, completamente azzurra come conveniva per i figli maschi: copriletto, abat jour, gli elementi più piccoli del grande armadio tutto con il colore del cielo terso.
Avevo i miei giochi, ma passavo molto tempo alla scrivania, disegnavo molto e riportavo le scritte che vedevo in giro, da quelle sui muri della città alle insegne luminose dei negozi e della pubblicità. Non mi interessava il testo, il significato, ma il carattere, la grafica, quello che oggi grazie ai programmi di videoscrittura dei computer chiamiamo fonts.
La mamma passava per la stanza e diceva: i compiti? Chiedevo un aiuto ma lei rispondeva: pelo le patate poi arrivo! Purtroppo non arrivava mai.

A scuola galleggiavo, senza infamia e senza lode, fondamentalmente come molti ragazzi non ci andavo volentieri. Ricordo con piacere solo alcuni insegnanti, altri li ho totalmente rimossi, nessun odio comunque.
La mamma andava a parlare con i prof solo nei colloqui collegiali, quelli periodici, al pomeriggio. Tornava a casa e mi diceva sempre la solita cosa, il banale e usurato "sei intelligente ma ti applichi poco" replicavo "vedi, mamma…" ma non facevo in tempo a proseguire che lei incalzava "mi dici dopo, devo correre a pelare le patate". Poi la cena, un film e buonanotte.

Ero ancora forse alle medie quando disegnai una scritta "Nutella" diversa dalla solita a cui siamo abituati, ero soddisfatto, felice, volevo mandarla alla fabbrica per sottoporla al direttore, al capo, al padrone.
Mi brillavano gli occhi davanti a quel foglio.
"Mamma, vieni a vedere cosa ho scritto!"
"Preparati per andare a calcio"
"Mi accompagni?"
"No.Devo preparare la cena per stasera, sto pelando le patate."

Scuola e calcio, anche a cena gli argomenti con papa' erano questi, per poco, mangiando, poi qualche minuto prima di andare a letto.

La mia fortuna e' arrivata nella mia estate da quasi maggiorenne, ho trovato un lavoro stagionale in uno stabilimento balneare, facevo piccole manutenzioni, curavo la spiaggia praticamente l'assistente dell'assistente bagnanti. Ad ottobre poi il boss mi ha confermato, avanti con la manutenzione e garzone al bar per tutto l'anno, due lire in tasca e tanti saluti a banchi, gessetti e lavagna.
Tornavo a casa stanco e felice, poi con gli amici potevo uscire quasi ogni sera grazie alla paga d'apprendista. Compiuta la maggiore eta' ho potuto anche comprarmi una macchina, una Fiesta, nera, con pochi chilometri.
Con le chiavi in mano sono arrivato a casa:
"Mamma, guarda, la macchina nuova! Scendiamo a vederla! Ti porto a fare un giro!"
"Magari dopo, semmai mi affaccio alla finestra, dalla cucina vedo il parcheggio, ora devo pelare le patate"

La Fiesta come il lavoro e' durato poco.
La vendita del bolide nero e' servita per l'acquisto del biglietto di sola andata per gli Stati Uniti. Tappa quasi obbligata dopo la chiusura definitiva dello stabilimento e la dritta di un cliente del bar che grazie ad un parente mi ha assicurato un posto di lavoro al ristorante di famiglia ad Uptown, Chicago.
Con la valigia pronta ho aspettato papa' che mi ha accompagnato all'aeroporto, la mamma con gli occhi lucidi mi ha stretto in un abbraccio e mi ha velocemente salutato.
"Scusami ma non posso venire, devo pelare le patate"

Ed ora qui in questa stanza con le ore contate prima di correre al ristorante, una via di mezzo tra una tavola calda ed un fast food, dove pero' la carne sa di carne, le verdure di verdure, i piatti sono di ceramica, i bicchieri di vetro e le posate di alluminio, ed io in cucina pelo le patate.

mercoledì 1 aprile 2015

Volontariato

Non ho dovuto sudare poi molto per ottenere le mattine libere.
Dei tre turni di lavoro il pomeriggio e' quello maledetto da tutti, "ci spacca la giornata" e "non puoi far nulla" sono i commenti più inflazionati.
Le notti ormai se le sono divise i più giovani, l'integrazione dello stipendio e' necessaria, pensano di coprire più velocemente il mutuo casa e il debito della macchina, tra un paio d'anni ambiranno anche loro alle mattine come tutti gli altri.
Ho approfittato di questa inclinazione comune per organizzarmi le giornate, e ormai le mie abitudini sono metabolizzate.
 

Il mio tempo libero inizia verso le ventitré quando dopo il percorso in tram arrivo a casa dopo la giornata di lavoro e, caschi il mondo, trovo mia moglie Gloria sul divano, con la televisione accesa, telecomando in mano.
Mi ospita sotto la coperta e ci vediamo un film, talvolta presi dalle chiacchiere perdiamo il filo e riproponiamo lo streaming o il DVD al giorno dopo.
 

Al mattino riesco a rubare almeno mezz'ora di sonno in più grazie all'indipendenza della bimba che si sveglia velocemente e si prepara da sola e alla disponibilità di Gloria che le fa da spalla per qualsiasi cosa.
Di solito arrivo in sala mentre loro fanno colazione, ho già indossato la mia tuta sportiva, facile da vestire in velocità, le saluto poi un po' d'acqua sul viso ed esco con la bimba, tram delle sette e quarantadue, e quelle quattro chiacchiere a cui non potrei mai rinunciare.
Un veloce bacio, e la telefonata di Gloria, "e' a scuola? Tutto ok? Buona giornata a stasera".
 

Sono solo, le mie donne sono ai loro impegni giornalieri, vado al solito bar vicino alla scuola, capuccino-brioches-acqua-giornali, e immancabilmente qualche commento saggio di chi il bar lo vive.
 

Come al solito il percorso di ritorno lo faccio a piedi, passando talvolta a passo di corsa in un piccolo parco dove mi fermo sempre a salutare l'Egidio. Anzi Legidio.
Dalle mie parti non si usa come nel milanese mettere l'articolo al nome proprio ma per l'Egidio, anzi Legidio, e' sempre stato cosi', tanto che qualcuno pensa che effettivamente l'iniziale del nome sia la L.
Legidio e' quasi sempre solo, magari a volte seduto vicino c'e' Bulova (

http://lelebassiblog.blogspot.be/2014/04/bulova.html
) ma non sempre la compagnia e' gradita, Legidio non beve e il frequente e persistente odore d'alcool di Bulova lo nausea.
A differenza di Bulova poi, Legidio non ha un delirio monotematico, lui parla con assoluta lucidità per almeno un paio di minuti, ma se fa una digressione o apre una parentesi, perde completamente il filo del discorso ed inizia uno sproloquio misto di politica, calcio, sue fantasie e gossip di quartiere.
A me passare un'oretta con lui magari prima di fare la spesa non costa nulla, lo invito a bere un caffè lui mi risponde sempre "magari domani" e poi ci sediamo sempre alla solita panchina.
In queste abitudini si e' inserito un signore che porta sempre il suo piccolo cane a passeggio, un uomo distinto, con un loden verde e degli occhiali tondi, il cranio raso e una faccia simpatica, lui ci guarda ci sorride e procede con il bassotto.
Una mattina l'ho visto al bar anche lui con la sua tazzina e la sua brioches, mi ha riconosciuto e sorriso, poi uscendo il barista lo ha salutato: A domani, professor Bonetti!

Il dottor Bonetti, luminare della psichiatria, apprezzato professionista, discusso per le sue pubblicazioni, uomo di raffinata intelligenza, creatore di opinione.
Ho letto un suo libro dove sintetizzava il lavoro suo e delle sue equipe lungo il passare degli anni, il continuo aggiornamento. Spiega cos'erano veramente i manicomi, le case di cura e le prigioni psichiatriche. Un libro che sprizzava passione, una scrittura che mi ha preso totalmente. Appena lo incrocio di nuovo lo fermo il prof anche solo per stringergli la mano.

Una mattina si parlava con Legidio di un piccolo episodio di delinquenza successa in quartiere, un'aggressione ad un'anziana a scopo di rapina, finita in maniera goffa e per fortuna senza conseguenze fisiche ed economiche per la nonna.
Ma sono bastate le parole "rubare" e "rapina", per passare ad uno scandalo calcistico di un rigore non dato, e la frittata dell'Egidio (dellegidio?) e' stata servita: da palo in frasca in un nanosecondo.
A me piace sentirlo comunque, ogni tanto annuisco, quasi mai rispondo, ho capito che preferisce non essere interrotto ma solo ascoltato.
Ascolto e osservo in giro, quando passa il dottor Bonetti, fermo Legidio lo saluto, e vado verso lo psichiatra.

"Buongiorno, dottore!"
"Buongiorno, brava persona!"

Mi ha preso alla sprovvista: "grazie, ma perché?"
"La vedo sempre chiacchierare con Legidio"
"Sa, ho le mattine libere, al parco sto bene, lo ascolto volentieri spesso ha sprazzi di grande intelligenza e cultura e poi mi fa male vederlo parlare da solo"
"Lo so, caro, ma vede….Legidio non parla da solo, parla con gli angeli"

venerdì 27 marzo 2015

Convivenza moderna

La mia e' una stanza grande: oltre al letto ad una piazza e mezza ho una bella poltrona che ormai ha la mia forma impressa sui cuscini verdi, credo di esser stato il suo unico ospite da quando e' stata montata.
 

La televisione e lo stereo un po' anni ottanta si danno il cambio turno, mi piace avere sempre un sottofondo di musica e parole mentre leggo i giornali o semplicemente penso.
Fino un po' di tempo fa avevo anche quelle dannate consolle che simulano qualsiasi tipo di sport, avventura o battaglia, in maniera coinvolgente, poi troppi aggiornamenti, troppe versioni, troppi soldi.
 

D'inverno l'orario centralizzato del riscaldamento del condominio assicura un tepore anche quando vedi fuori dalla finestra il vento soffiare e la neve imbiancare la strada. D'estate invece basta andare in soggiorno e regolare il condizionatore d'aria per non bagnare di sudore le lenzuola e riposare in maniera adeguata.
Saltuariamente sul mio tavolino collego un piccolo frigorifero da automobile per tenermi qualche bibita fresca.
 

Il rapporto con gli altri inquilini e' ai minimi strorici, li incrocio talvolta nel corridoio quando devo uscire dalla mia stanza per lavarmi o pisciare.
Passando li vedo in salone, sempre davanti alla TV, sento bofonchiare qualcosa che ormai non capisco più e non mi sembra interessante.


Siamo da troppi anni qua dentro e non abbiamo forse più niente da dirci.
 

Non abbiamo più novità di cui parlare probabilmente perché ormai ci basta quello che abbiamo, ci bastiamo in queste quattro mura, non usciamo se non per fare una spesa.
A me va bene cosi'. 

Fino a qualche anno fa almeno uno dei due passava a farmi un saluto o magari passavo io, ora non più, il confronto e' casuale.
 

La convivenza e' legata all'arte di ignorarsi forse tutti e tre sappiamo che questo menage e' una miccia pronta ad essere accesa e a far scoppiare una bomba, starà a noi dopo la deflagrazione o far finta di niente o prendere dei provvedimenti. Saremo mai in grado di abbandonare le nostre abitudini per ricominciare? Tornare allo stadio e andare al cinema rinunciando alla Pay Tv? Magari traslocare per abitare in un appartamento caldo d'estate e gelido d'inverno, con spazi angusti, senza parcheggio ed ascensore?
 

E' difficile per me uscire anche per una pizza, preferisco la consegna a domicilio, figurati un trasloco.

Ma qualcosa bisogna pur fare, non si può andare avanti cosi' anche perché: mamma e papa' ormai hanno superato i settanta ed io mi avvicino velocemente ai cinquanta.

venerdì 6 marzo 2015

Arrivederci

Nella vita di ogni giorno sono piuttosto ottimista, obiettivo, non polemico: e' il mio lavoro che mi trasforma. Probabilmente chi mi sente parlare di musica trova dei livelli di presunzione inaccettabili, pensa ad un invidia che mi corrode, ma da quando suono mi sono messo dei paletti, ho seguito dei criteri con coerenza e costanza, qualche risultato l'ho portato a casa, qualche soddisfazione l'ho raccolta.
Allora riconoscendo chi ha più talento, chi e' più bravo, vado avanti seguendo quella strada che non ho trovato pronta ma che ho battuto chilometro per chilometro.

Non contratto alcun ingaggio, ho un prezzo variabile che decido solo io, preferisco un paio di cene a pane e formaggio scaduto piuttosto che scendere a compromessi.
Per l'Inferno il prezzo e' sempre lo stesso, il proprietario Gibi sa esattamente quanto incassa, chi entra e chi non entra quando suono io. Da quando ci sono i messaggini del cellulare, solitamente ad inizio settimana mi arriva un anonimo -Giovedi'- e' Gibi che mi fissa la data.

Dopo una serata all'Inferno, Gibi mi avvicina e mi chiede la disponibilità di suonare per il locale di un suo amico che ha aperto da poco. Il locale si trova ad oltre cento chilometri da casa, Gibi gli ha parlato di me e mi prega di lavorare alle stesse condizioni dell'Inferno.
Accetto. Gibi e' uno sbruffone pieno di se, ma con me e' stato sempre gentile, preciso ed onesto.

La serata non va benissimo il locale nuovo pur essendo molto carino ed organizzato fatica a decollare, ed io non sono quello che si dice un riempipista. Il proprietario amico di Gibi mi ringrazia, mi paga, ma si capisce da come mi liquida che non e' soddisfatto.
Me ne faro' una ragione, ma per stasera e' un problema, in quanto contavo in un passaggio per il ritorno da parte sua o da qualche suo cliente amico o collaboratore.
Sono nel parcheggio di un locale poco frequentato per altro ormai chiuso, nel buio pesto, a due passi da una statale non così' frequentata.
Probabilmente il cachet ricevuto non paga la tariffa extraurbana notturna e i cento chilometri e più di un taxi.
Torno indietro di quindici anni quando con due amici raggiunsi la costa adriatica con l'autostop.

Passa quasi un'ora, e non più di una quindicina di macchine, quando si ferma una vecchia Renault Espace.
Un uomo forse leggermente più vecchio di me alla guida e dietro un signore di almeno sessant'anni che dorme, il sedile centrale vuoto e tutto spostato sulla destra un ragazzo forse ventenne con un casco da moto tra le ginocchia che guarda fuori dal finestrino senza farsi distrarre dalla mia entrata in macchina.
Un saluto rapido e piuttosto timido e imbarazzato, dico la mia destinazione, e l'autista risponde: Ok!Perfetto!Ci passo!

Il silenzio e' irreale non mi fido a dormire, meglio tenere gli occhi aperti, decido di rompere il ghiaccio: Andate tutti dove vado io? Il ragazzo con il casco tra le ginocchia mi dice: Chiedi a lui!  Indicando l'autista che prontamente aggiunge: Passo anche li, quando serve!
Il sessantenne sposta il suo lato di sonno sbattendo il cappello sul finestrino.

Abbastanza turbato dalle risposte decido che e' il caso di restare in silenzio per quanto possibile, penso alla serata nella sua totalità e l'unica cosa che ottengo dal mio rimuginare e': che per essermi fatto più di un'ora di pullman a tardo pomeriggio, aver suonato per quattro gatti, e aver messo a repentaglio la mia esistenza con questo assurdo viaggio in automobile, ho chiesto troppo poco denaro.

Per vincere il sonno mio, ma soprattutto quello possibile e nel caso letale dell'autista, riprovo a parlare: Stai rientrando dal lavoro?
L'autista dopo una smorfia mi risponde: No, non lavoro, ho la fortuna di avere una rendita, grazie a mio nonno che durante la guerra e' riuscito in qualche maniera a lucrare, poi mio padre ha dilapidato tutti i soldi e le attività ma prima di morire ha venduto tutti gli immobili rimasti tranne casa nostra e con quello che ha incassato ha garantito una vita dignitosa a me, dopo di me pero' il nulla.

Penso che probabilmente non ha voglia di parlare e con questa cazzata mi ha zittito, fosse veramente ricco magari qualcosa di meglio di questa Espace che seppur tenuta bene vent'anni li ha tutti, potrebbe avere.
Giro leggermente il collo e con la coda dell'occhio vedo il ragazzino: Tu? Sei un suo parente?
No, sono rimasto in strada con il mio motorino a circa dieci chilometri da casa, non distante da dove sei salito tu, ho fatto l'autostop e lui mi ha tirato su, arrivati davanti a casa mi ha offerto cinquanta euro per restare in macchina a fargli compagnia, con la promessa di essere a casa prima delle otto di mattina.

Altro che non ha voglia di parlare: due a zero per loro.

La giornata sta per iniziare, la luce naturale mi rassicura un po', siamo ormai prossimi all'entrata in città, l'autista mi ha comunicato che mi lascerà assieme al vecchio che continua a dormire, vicino alla stazione, per me e' perfetto in meno di un quarto d'ora a piedi saro' a casa.
In prossimità dell'arrivo mi offro per pagare una colazione ma l'autista ringrazia ma rifiuta, dice che deve proseguire poi mi prega di svegliare il vecchio.
Senza una parola in più di: ciao.Grazie.Prego ripetuti un paio di volte ci lasciamo.

Il vecchio e' ancora assonnato e non si muove benissimo, chiedo se ha bisogno d'aiuto, mi porge il braccio e camminiamo assieme fino al vicino binario dieci del treno, dove si accomoda su una panchina e mi saluta.
 

Ma aspetta un treno?
No, vivo qui.
E dove dorme ?
In macchina del signore di prima, passa a prendermi verso le ventidue. Arrivederci.
Arrivederci

Tre a zero per loro?

venerdì 27 febbraio 2015

Lelefante 6

6.6.6. the number of the Lelefante!!!!


http://basketnet.it/it/tag/lelefante/6376

Fatal Parigi

Come tutti i giovani uomini di cinque centimetri Ignazio Sacco vive da solo, e come da tradizione dopo un periodo d'istruzione suo padre l'ha lasciato, dopo una carezza, un abbraccio ed una stretta di mano, alla sua vita.
Gli uomini di cinque centimetri hanno deciso di vivere così, da soli, per evitare rischi.

Ignazio pero' vuole sfruttare al meglio la sua caratteristica, non vive di nascosto, cerca di essere attento e prudente ma vuole vivere bene la sua esistenza e non essere rintanato come un topo.

Gira il mondo sempre in maniera diversa, si infila in una valigia, in aereoporto passa la sicurezza passando tra le scarpe dei viaggiatori, oppure sfrutta le grandi casse caricate negli aerei merci. Per gli spostamenti medi va sotto i sedili della prima classe dei treni veloci, quando invece deve solo cambiare via di un centro cittadino e' un attimo sfruttare la partenza di un taxi fermo.
Ha visto molte cose, nei grandi eventi c'e' sempre, ha visto quattro Olimpiadi, centinaia di concerti, ha visitato tutti i grandi musei e spesso ha dormito dentro per poter godersi le esposizioni da solo.
Non ha mai fatto file, non ha mai prenotato, nessun sold out od overbooking per lui, nessuna spesa.
Segue il clima, il sole, il tepore. D'altronde gli uomini di cinque centimetri indossano solo una specie di tuta-tunica grigia, utile, con il suo colore neutro a mimetizzarsi o anche, raggomitolandosi, sembrare un rotolino di polvere in casi di emergenza.

Ha una passione per i grandi spettacoli naturali, che a lui regalano dei brividi particolari, ricorda bene il rischio emozionante della grandi cascate, quel forte spostamento d'aria e quella violenta nebulizzazione dell'acqua ha messo alla prova il suo equilibrio, ma ha fatto salire la sua adrenalina.

Oggi e' in quella che e' considerata da molti la città più affascinante del mondo, Parigi.
 

E' stato quasi quaranta ore al Louvre, ha scroccato dalle cucine dei migliori ristoranti qualsiasi assaggio delle raffinatezze pronte ad essere servite, ha gustato qualche goccia di champagne rimasta su alcuni vassoi.
Oggi si sente un VIP, vive a Parigi come i grandi attori, gli uomini potenti, i viziati calciatori.
Esce da un club assieme ad un uomo accompagnato da un'avvenente bionda. La coppia chiama un taxi, l'uomo ordina perentoriamente: Tour Eiffel!
Ignazio non perde l'occasione, sale, scivola fino al sottosedile dell'autista e aspetta. All'arrivo balza fuori e resta a bocca aperta vedendo la torre illuminata e colorata.
Non cerca di intrufolarsi fra i turisti in fila per la scala o l'ascensore, ma prova il brivido di arrampicarsi tra i ferri e i bulloni. Arriva molto in alto e' felice ma stanco.

Vuole continuare la sua serata di lusso e trova un hotel a cinque stelle, ottoni e specchi, drappi e velluti.
Riesce ad entrare in una stanza occupata da una coppia di eleganti anziani che si coricano immediatamente, l'uomo di cinque centimetri si mette sotto il letto e usa la parte finale del piumone per coprirsi.
Le gocce di champagne e la fatica della scalata alla torre fanno si che bastano pochi secondi per entrare nella più profonda fase di sonno.
La moquette e' comoda, il silenzio assoluto e' rotto solo dai due signori che si alzano molto presto per recarsi all'aereoporto.
Ignazio si gira e continua a dormire, finche' la luce del sole lo sveglia, il personale delle pulizie ha tirato le tende e tolto il copriletto, il piumone e le lenzuola. Non si fida ad uscire sono in due, non vuole rischiare e poi un paio di minuti sotto il letto sono ancora utili per sgranchirsi le gambe.

Un grosso rumore, un forte vento, una bocca nera ed enorme che si avvicina e lo aspira, proprio come il granello di polvere che a volte cerca di sembrare.
E' così' che finisce la storia dell'uomo di cinque centimetri.