Non ho dovuto sudare poi molto per ottenere le mattine libere.
Dei tre turni di lavoro il pomeriggio e' quello maledetto da tutti, "ci spacca la giornata" e "non puoi far nulla" sono i commenti più inflazionati.
Le notti ormai se le sono divise i più giovani, l'integrazione dello stipendio e' necessaria, pensano di coprire più velocemente il mutuo casa e il debito della macchina, tra un paio d'anni ambiranno anche loro alle mattine come tutti gli altri.
Ho approfittato di questa inclinazione comune per organizzarmi le giornate, e ormai le mie abitudini sono metabolizzate.
Il mio tempo libero inizia verso le ventitré quando dopo il percorso in tram arrivo a casa dopo la giornata di lavoro e, caschi il mondo, trovo mia moglie Gloria sul divano, con la televisione accesa, telecomando in mano.
Mi ospita sotto la coperta e ci vediamo un film, talvolta presi dalle chiacchiere perdiamo il filo e riproponiamo lo streaming o il DVD al giorno dopo.
Al mattino riesco a rubare almeno mezz'ora di sonno in più grazie all'indipendenza della bimba che si sveglia velocemente e si prepara da sola e alla disponibilità di Gloria che le fa da spalla per qualsiasi cosa.
Di solito arrivo in sala mentre loro fanno colazione, ho già indossato la mia tuta sportiva, facile da vestire in velocità, le saluto poi un po' d'acqua sul viso ed esco con la bimba, tram delle sette e quarantadue, e quelle quattro chiacchiere a cui non potrei mai rinunciare.
Un veloce bacio, e la telefonata di Gloria, "e' a scuola? Tutto ok? Buona giornata a stasera".
Sono solo, le mie donne sono ai loro impegni giornalieri, vado al solito bar vicino alla scuola, capuccino-brioches-acqua-giornali, e immancabilmente qualche commento saggio di chi il bar lo vive.
Come al solito il percorso di ritorno lo faccio a piedi, passando talvolta a passo di corsa in un piccolo parco dove mi fermo sempre a salutare l'Egidio. Anzi Legidio.
Dalle mie parti non si usa come nel milanese mettere l'articolo al nome proprio ma per l'Egidio, anzi Legidio, e' sempre stato cosi', tanto che qualcuno pensa che effettivamente l'iniziale del nome sia la L.
Legidio e' quasi sempre solo, magari a volte seduto vicino c'e' Bulova (
http://lelebassiblog.blogspot.be/2014/04/bulova.html
) ma non sempre la compagnia e' gradita, Legidio non beve e il frequente e persistente odore d'alcool di Bulova lo nausea.
A differenza di Bulova poi, Legidio non ha un delirio monotematico, lui parla con assoluta lucidità per almeno un paio di minuti, ma se fa una digressione o apre una parentesi, perde completamente il filo del discorso ed inizia uno sproloquio misto di politica, calcio, sue fantasie e gossip di quartiere.
A me passare un'oretta con lui magari prima di fare la spesa non costa nulla, lo invito a bere un caffè lui mi risponde sempre "magari domani" e poi ci sediamo sempre alla solita panchina.
In queste abitudini si e' inserito un signore che porta sempre il suo piccolo cane a passeggio, un uomo distinto, con un loden verde e degli occhiali tondi, il cranio raso e una faccia simpatica, lui ci guarda ci sorride e procede con il bassotto.
Una mattina l'ho visto al bar anche lui con la sua tazzina e la sua brioches, mi ha riconosciuto e sorriso, poi uscendo il barista lo ha salutato: A domani, professor Bonetti!
Il dottor Bonetti, luminare della psichiatria, apprezzato professionista, discusso per le sue pubblicazioni, uomo di raffinata intelligenza, creatore di opinione.
Ho letto un suo libro dove sintetizzava il lavoro suo e delle sue equipe lungo il passare degli anni, il continuo aggiornamento. Spiega cos'erano veramente i manicomi, le case di cura e le prigioni psichiatriche. Un libro che sprizzava passione, una scrittura che mi ha preso totalmente. Appena lo incrocio di nuovo lo fermo il prof anche solo per stringergli la mano.
Una mattina si parlava con Legidio di un piccolo episodio di delinquenza successa in quartiere, un'aggressione ad un'anziana a scopo di rapina, finita in maniera goffa e per fortuna senza conseguenze fisiche ed economiche per la nonna.
Ma sono bastate le parole "rubare" e "rapina", per passare ad uno scandalo calcistico di un rigore non dato, e la frittata dell'Egidio (dellegidio?) e' stata servita: da palo in frasca in un nanosecondo.
A me piace sentirlo comunque, ogni tanto annuisco, quasi mai rispondo, ho capito che preferisce non essere interrotto ma solo ascoltato.
Ascolto e osservo in giro, quando passa il dottor Bonetti, fermo Legidio lo saluto, e vado verso lo psichiatra.
"Buongiorno, dottore!"
"Buongiorno, brava persona!"
Mi ha preso alla sprovvista: "grazie, ma perché?"
"La vedo sempre chiacchierare con Legidio"
"Sa, ho le mattine libere, al parco sto bene, lo ascolto volentieri spesso ha sprazzi di grande intelligenza e cultura e poi mi fa male vederlo parlare da solo"
"Lo so, caro, ma vede….Legidio non parla da solo, parla con gli angeli"
mercoledì 1 aprile 2015
venerdì 27 marzo 2015
Convivenza moderna
La mia e' una stanza grande: oltre al letto ad una piazza e mezza ho una bella poltrona che ormai ha la mia forma impressa sui cuscini verdi, credo di esser stato il suo unico ospite da quando e' stata montata.
La televisione e lo stereo un po' anni ottanta si danno il cambio turno, mi piace avere sempre un sottofondo di musica e parole mentre leggo i giornali o semplicemente penso.
Fino un po' di tempo fa avevo anche quelle dannate consolle che simulano qualsiasi tipo di sport, avventura o battaglia, in maniera coinvolgente, poi troppi aggiornamenti, troppe versioni, troppi soldi.
D'inverno l'orario centralizzato del riscaldamento del condominio assicura un tepore anche quando vedi fuori dalla finestra il vento soffiare e la neve imbiancare la strada. D'estate invece basta andare in soggiorno e regolare il condizionatore d'aria per non bagnare di sudore le lenzuola e riposare in maniera adeguata.
Saltuariamente sul mio tavolino collego un piccolo frigorifero da automobile per tenermi qualche bibita fresca.
Il rapporto con gli altri inquilini e' ai minimi strorici, li incrocio talvolta nel corridoio quando devo uscire dalla mia stanza per lavarmi o pisciare.
Passando li vedo in salone, sempre davanti alla TV, sento bofonchiare qualcosa che ormai non capisco più e non mi sembra interessante.
Siamo da troppi anni qua dentro e non abbiamo forse più niente da dirci.
Non abbiamo più novità di cui parlare probabilmente perché ormai ci basta quello che abbiamo, ci bastiamo in queste quattro mura, non usciamo se non per fare una spesa.
A me va bene cosi'.
Fino a qualche anno fa almeno uno dei due passava a farmi un saluto o magari passavo io, ora non più, il confronto e' casuale.
La convivenza e' legata all'arte di ignorarsi forse tutti e tre sappiamo che questo menage e' una miccia pronta ad essere accesa e a far scoppiare una bomba, starà a noi dopo la deflagrazione o far finta di niente o prendere dei provvedimenti. Saremo mai in grado di abbandonare le nostre abitudini per ricominciare? Tornare allo stadio e andare al cinema rinunciando alla Pay Tv? Magari traslocare per abitare in un appartamento caldo d'estate e gelido d'inverno, con spazi angusti, senza parcheggio ed ascensore?
E' difficile per me uscire anche per una pizza, preferisco la consegna a domicilio, figurati un trasloco.
Ma qualcosa bisogna pur fare, non si può andare avanti cosi' anche perché: mamma e papa' ormai hanno superato i settanta ed io mi avvicino velocemente ai cinquanta.
La televisione e lo stereo un po' anni ottanta si danno il cambio turno, mi piace avere sempre un sottofondo di musica e parole mentre leggo i giornali o semplicemente penso.
Fino un po' di tempo fa avevo anche quelle dannate consolle che simulano qualsiasi tipo di sport, avventura o battaglia, in maniera coinvolgente, poi troppi aggiornamenti, troppe versioni, troppi soldi.
D'inverno l'orario centralizzato del riscaldamento del condominio assicura un tepore anche quando vedi fuori dalla finestra il vento soffiare e la neve imbiancare la strada. D'estate invece basta andare in soggiorno e regolare il condizionatore d'aria per non bagnare di sudore le lenzuola e riposare in maniera adeguata.
Saltuariamente sul mio tavolino collego un piccolo frigorifero da automobile per tenermi qualche bibita fresca.
Il rapporto con gli altri inquilini e' ai minimi strorici, li incrocio talvolta nel corridoio quando devo uscire dalla mia stanza per lavarmi o pisciare.
Passando li vedo in salone, sempre davanti alla TV, sento bofonchiare qualcosa che ormai non capisco più e non mi sembra interessante.
Siamo da troppi anni qua dentro e non abbiamo forse più niente da dirci.
Non abbiamo più novità di cui parlare probabilmente perché ormai ci basta quello che abbiamo, ci bastiamo in queste quattro mura, non usciamo se non per fare una spesa.
A me va bene cosi'.
Fino a qualche anno fa almeno uno dei due passava a farmi un saluto o magari passavo io, ora non più, il confronto e' casuale.
La convivenza e' legata all'arte di ignorarsi forse tutti e tre sappiamo che questo menage e' una miccia pronta ad essere accesa e a far scoppiare una bomba, starà a noi dopo la deflagrazione o far finta di niente o prendere dei provvedimenti. Saremo mai in grado di abbandonare le nostre abitudini per ricominciare? Tornare allo stadio e andare al cinema rinunciando alla Pay Tv? Magari traslocare per abitare in un appartamento caldo d'estate e gelido d'inverno, con spazi angusti, senza parcheggio ed ascensore?
E' difficile per me uscire anche per una pizza, preferisco la consegna a domicilio, figurati un trasloco.
Ma qualcosa bisogna pur fare, non si può andare avanti cosi' anche perché: mamma e papa' ormai hanno superato i settanta ed io mi avvicino velocemente ai cinquanta.
venerdì 6 marzo 2015
Arrivederci
Nella vita di ogni giorno sono piuttosto ottimista, obiettivo, non polemico: e' il mio lavoro che mi trasforma. Probabilmente chi mi sente parlare di musica trova dei livelli di presunzione inaccettabili, pensa ad un invidia che mi corrode, ma da quando suono mi sono messo dei paletti, ho seguito dei criteri con coerenza e costanza, qualche risultato l'ho portato a casa, qualche soddisfazione l'ho raccolta.
Allora riconoscendo chi ha più talento, chi e' più bravo, vado avanti seguendo quella strada che non ho trovato pronta ma che ho battuto chilometro per chilometro.
Non contratto alcun ingaggio, ho un prezzo variabile che decido solo io, preferisco un paio di cene a pane e formaggio scaduto piuttosto che scendere a compromessi.
Per l'Inferno il prezzo e' sempre lo stesso, il proprietario Gibi sa esattamente quanto incassa, chi entra e chi non entra quando suono io. Da quando ci sono i messaggini del cellulare, solitamente ad inizio settimana mi arriva un anonimo -Giovedi'- e' Gibi che mi fissa la data.
Dopo una serata all'Inferno, Gibi mi avvicina e mi chiede la disponibilità di suonare per il locale di un suo amico che ha aperto da poco. Il locale si trova ad oltre cento chilometri da casa, Gibi gli ha parlato di me e mi prega di lavorare alle stesse condizioni dell'Inferno.
Accetto. Gibi e' uno sbruffone pieno di se, ma con me e' stato sempre gentile, preciso ed onesto.
La serata non va benissimo il locale nuovo pur essendo molto carino ed organizzato fatica a decollare, ed io non sono quello che si dice un riempipista. Il proprietario amico di Gibi mi ringrazia, mi paga, ma si capisce da come mi liquida che non e' soddisfatto.
Me ne faro' una ragione, ma per stasera e' un problema, in quanto contavo in un passaggio per il ritorno da parte sua o da qualche suo cliente amico o collaboratore.
Sono nel parcheggio di un locale poco frequentato per altro ormai chiuso, nel buio pesto, a due passi da una statale non così' frequentata.
Probabilmente il cachet ricevuto non paga la tariffa extraurbana notturna e i cento chilometri e più di un taxi.
Torno indietro di quindici anni quando con due amici raggiunsi la costa adriatica con l'autostop.
Passa quasi un'ora, e non più di una quindicina di macchine, quando si ferma una vecchia Renault Espace.
Un uomo forse leggermente più vecchio di me alla guida e dietro un signore di almeno sessant'anni che dorme, il sedile centrale vuoto e tutto spostato sulla destra un ragazzo forse ventenne con un casco da moto tra le ginocchia che guarda fuori dal finestrino senza farsi distrarre dalla mia entrata in macchina.
Un saluto rapido e piuttosto timido e imbarazzato, dico la mia destinazione, e l'autista risponde: Ok!Perfetto!Ci passo!
Il silenzio e' irreale non mi fido a dormire, meglio tenere gli occhi aperti, decido di rompere il ghiaccio: Andate tutti dove vado io? Il ragazzo con il casco tra le ginocchia mi dice: Chiedi a lui! Indicando l'autista che prontamente aggiunge: Passo anche li, quando serve!
Il sessantenne sposta il suo lato di sonno sbattendo il cappello sul finestrino.
Abbastanza turbato dalle risposte decido che e' il caso di restare in silenzio per quanto possibile, penso alla serata nella sua totalità e l'unica cosa che ottengo dal mio rimuginare e': che per essermi fatto più di un'ora di pullman a tardo pomeriggio, aver suonato per quattro gatti, e aver messo a repentaglio la mia esistenza con questo assurdo viaggio in automobile, ho chiesto troppo poco denaro.
Per vincere il sonno mio, ma soprattutto quello possibile e nel caso letale dell'autista, riprovo a parlare: Stai rientrando dal lavoro?
L'autista dopo una smorfia mi risponde: No, non lavoro, ho la fortuna di avere una rendita, grazie a mio nonno che durante la guerra e' riuscito in qualche maniera a lucrare, poi mio padre ha dilapidato tutti i soldi e le attività ma prima di morire ha venduto tutti gli immobili rimasti tranne casa nostra e con quello che ha incassato ha garantito una vita dignitosa a me, dopo di me pero' il nulla.
Penso che probabilmente non ha voglia di parlare e con questa cazzata mi ha zittito, fosse veramente ricco magari qualcosa di meglio di questa Espace che seppur tenuta bene vent'anni li ha tutti, potrebbe avere.
Giro leggermente il collo e con la coda dell'occhio vedo il ragazzino: Tu? Sei un suo parente?
No, sono rimasto in strada con il mio motorino a circa dieci chilometri da casa, non distante da dove sei salito tu, ho fatto l'autostop e lui mi ha tirato su, arrivati davanti a casa mi ha offerto cinquanta euro per restare in macchina a fargli compagnia, con la promessa di essere a casa prima delle otto di mattina.
Altro che non ha voglia di parlare: due a zero per loro.
La giornata sta per iniziare, la luce naturale mi rassicura un po', siamo ormai prossimi all'entrata in città, l'autista mi ha comunicato che mi lascerà assieme al vecchio che continua a dormire, vicino alla stazione, per me e' perfetto in meno di un quarto d'ora a piedi saro' a casa.
In prossimità dell'arrivo mi offro per pagare una colazione ma l'autista ringrazia ma rifiuta, dice che deve proseguire poi mi prega di svegliare il vecchio.
Senza una parola in più di: ciao.Grazie.Prego ripetuti un paio di volte ci lasciamo.
Il vecchio e' ancora assonnato e non si muove benissimo, chiedo se ha bisogno d'aiuto, mi porge il braccio e camminiamo assieme fino al vicino binario dieci del treno, dove si accomoda su una panchina e mi saluta.
Ma aspetta un treno?
No, vivo qui.
E dove dorme ?
In macchina del signore di prima, passa a prendermi verso le ventidue. Arrivederci.
Arrivederci
Tre a zero per loro?
Allora riconoscendo chi ha più talento, chi e' più bravo, vado avanti seguendo quella strada che non ho trovato pronta ma che ho battuto chilometro per chilometro.
Non contratto alcun ingaggio, ho un prezzo variabile che decido solo io, preferisco un paio di cene a pane e formaggio scaduto piuttosto che scendere a compromessi.
Per l'Inferno il prezzo e' sempre lo stesso, il proprietario Gibi sa esattamente quanto incassa, chi entra e chi non entra quando suono io. Da quando ci sono i messaggini del cellulare, solitamente ad inizio settimana mi arriva un anonimo -Giovedi'- e' Gibi che mi fissa la data.
Dopo una serata all'Inferno, Gibi mi avvicina e mi chiede la disponibilità di suonare per il locale di un suo amico che ha aperto da poco. Il locale si trova ad oltre cento chilometri da casa, Gibi gli ha parlato di me e mi prega di lavorare alle stesse condizioni dell'Inferno.
Accetto. Gibi e' uno sbruffone pieno di se, ma con me e' stato sempre gentile, preciso ed onesto.
La serata non va benissimo il locale nuovo pur essendo molto carino ed organizzato fatica a decollare, ed io non sono quello che si dice un riempipista. Il proprietario amico di Gibi mi ringrazia, mi paga, ma si capisce da come mi liquida che non e' soddisfatto.
Me ne faro' una ragione, ma per stasera e' un problema, in quanto contavo in un passaggio per il ritorno da parte sua o da qualche suo cliente amico o collaboratore.
Sono nel parcheggio di un locale poco frequentato per altro ormai chiuso, nel buio pesto, a due passi da una statale non così' frequentata.
Probabilmente il cachet ricevuto non paga la tariffa extraurbana notturna e i cento chilometri e più di un taxi.
Torno indietro di quindici anni quando con due amici raggiunsi la costa adriatica con l'autostop.
Passa quasi un'ora, e non più di una quindicina di macchine, quando si ferma una vecchia Renault Espace.
Un uomo forse leggermente più vecchio di me alla guida e dietro un signore di almeno sessant'anni che dorme, il sedile centrale vuoto e tutto spostato sulla destra un ragazzo forse ventenne con un casco da moto tra le ginocchia che guarda fuori dal finestrino senza farsi distrarre dalla mia entrata in macchina.
Un saluto rapido e piuttosto timido e imbarazzato, dico la mia destinazione, e l'autista risponde: Ok!Perfetto!Ci passo!
Il silenzio e' irreale non mi fido a dormire, meglio tenere gli occhi aperti, decido di rompere il ghiaccio: Andate tutti dove vado io? Il ragazzo con il casco tra le ginocchia mi dice: Chiedi a lui! Indicando l'autista che prontamente aggiunge: Passo anche li, quando serve!
Il sessantenne sposta il suo lato di sonno sbattendo il cappello sul finestrino.
Abbastanza turbato dalle risposte decido che e' il caso di restare in silenzio per quanto possibile, penso alla serata nella sua totalità e l'unica cosa che ottengo dal mio rimuginare e': che per essermi fatto più di un'ora di pullman a tardo pomeriggio, aver suonato per quattro gatti, e aver messo a repentaglio la mia esistenza con questo assurdo viaggio in automobile, ho chiesto troppo poco denaro.
Per vincere il sonno mio, ma soprattutto quello possibile e nel caso letale dell'autista, riprovo a parlare: Stai rientrando dal lavoro?
L'autista dopo una smorfia mi risponde: No, non lavoro, ho la fortuna di avere una rendita, grazie a mio nonno che durante la guerra e' riuscito in qualche maniera a lucrare, poi mio padre ha dilapidato tutti i soldi e le attività ma prima di morire ha venduto tutti gli immobili rimasti tranne casa nostra e con quello che ha incassato ha garantito una vita dignitosa a me, dopo di me pero' il nulla.
Penso che probabilmente non ha voglia di parlare e con questa cazzata mi ha zittito, fosse veramente ricco magari qualcosa di meglio di questa Espace che seppur tenuta bene vent'anni li ha tutti, potrebbe avere.
Giro leggermente il collo e con la coda dell'occhio vedo il ragazzino: Tu? Sei un suo parente?
No, sono rimasto in strada con il mio motorino a circa dieci chilometri da casa, non distante da dove sei salito tu, ho fatto l'autostop e lui mi ha tirato su, arrivati davanti a casa mi ha offerto cinquanta euro per restare in macchina a fargli compagnia, con la promessa di essere a casa prima delle otto di mattina.
Altro che non ha voglia di parlare: due a zero per loro.
La giornata sta per iniziare, la luce naturale mi rassicura un po', siamo ormai prossimi all'entrata in città, l'autista mi ha comunicato che mi lascerà assieme al vecchio che continua a dormire, vicino alla stazione, per me e' perfetto in meno di un quarto d'ora a piedi saro' a casa.
In prossimità dell'arrivo mi offro per pagare una colazione ma l'autista ringrazia ma rifiuta, dice che deve proseguire poi mi prega di svegliare il vecchio.
Senza una parola in più di: ciao.Grazie.Prego ripetuti un paio di volte ci lasciamo.
Il vecchio e' ancora assonnato e non si muove benissimo, chiedo se ha bisogno d'aiuto, mi porge il braccio e camminiamo assieme fino al vicino binario dieci del treno, dove si accomoda su una panchina e mi saluta.
Ma aspetta un treno?
No, vivo qui.
E dove dorme ?
In macchina del signore di prima, passa a prendermi verso le ventidue. Arrivederci.
Arrivederci
Tre a zero per loro?
venerdì 27 febbraio 2015
Fatal Parigi
Come tutti i giovani uomini di cinque centimetri Ignazio Sacco vive da
solo, e come da tradizione dopo un periodo d'istruzione suo padre l'ha
lasciato, dopo una carezza, un abbraccio ed una stretta di mano, alla
sua vita.
Gli uomini di cinque centimetri hanno deciso di vivere così, da soli, per evitare rischi.
Ignazio pero' vuole sfruttare al meglio la sua caratteristica, non vive di nascosto, cerca di essere attento e prudente ma vuole vivere bene la sua esistenza e non essere rintanato come un topo.
Gira il mondo sempre in maniera diversa, si infila in una valigia, in aereoporto passa la sicurezza passando tra le scarpe dei viaggiatori, oppure sfrutta le grandi casse caricate negli aerei merci. Per gli spostamenti medi va sotto i sedili della prima classe dei treni veloci, quando invece deve solo cambiare via di un centro cittadino e' un attimo sfruttare la partenza di un taxi fermo.
Ha visto molte cose, nei grandi eventi c'e' sempre, ha visto quattro Olimpiadi, centinaia di concerti, ha visitato tutti i grandi musei e spesso ha dormito dentro per poter godersi le esposizioni da solo.
Non ha mai fatto file, non ha mai prenotato, nessun sold out od overbooking per lui, nessuna spesa.
Segue il clima, il sole, il tepore. D'altronde gli uomini di cinque centimetri indossano solo una specie di tuta-tunica grigia, utile, con il suo colore neutro a mimetizzarsi o anche, raggomitolandosi, sembrare un rotolino di polvere in casi di emergenza.
Ha una passione per i grandi spettacoli naturali, che a lui regalano dei brividi particolari, ricorda bene il rischio emozionante della grandi cascate, quel forte spostamento d'aria e quella violenta nebulizzazione dell'acqua ha messo alla prova il suo equilibrio, ma ha fatto salire la sua adrenalina.
Oggi e' in quella che e' considerata da molti la città più affascinante del mondo, Parigi.
E' stato quasi quaranta ore al Louvre, ha scroccato dalle cucine dei migliori ristoranti qualsiasi assaggio delle raffinatezze pronte ad essere servite, ha gustato qualche goccia di champagne rimasta su alcuni vassoi.
Oggi si sente un VIP, vive a Parigi come i grandi attori, gli uomini potenti, i viziati calciatori.
Esce da un club assieme ad un uomo accompagnato da un'avvenente bionda. La coppia chiama un taxi, l'uomo ordina perentoriamente: Tour Eiffel!
Ignazio non perde l'occasione, sale, scivola fino al sottosedile dell'autista e aspetta. All'arrivo balza fuori e resta a bocca aperta vedendo la torre illuminata e colorata.
Non cerca di intrufolarsi fra i turisti in fila per la scala o l'ascensore, ma prova il brivido di arrampicarsi tra i ferri e i bulloni. Arriva molto in alto e' felice ma stanco.
Vuole continuare la sua serata di lusso e trova un hotel a cinque stelle, ottoni e specchi, drappi e velluti.
Riesce ad entrare in una stanza occupata da una coppia di eleganti anziani che si coricano immediatamente, l'uomo di cinque centimetri si mette sotto il letto e usa la parte finale del piumone per coprirsi.
Le gocce di champagne e la fatica della scalata alla torre fanno si che bastano pochi secondi per entrare nella più profonda fase di sonno.
La moquette e' comoda, il silenzio assoluto e' rotto solo dai due signori che si alzano molto presto per recarsi all'aereoporto.
Ignazio si gira e continua a dormire, finche' la luce del sole lo sveglia, il personale delle pulizie ha tirato le tende e tolto il copriletto, il piumone e le lenzuola. Non si fida ad uscire sono in due, non vuole rischiare e poi un paio di minuti sotto il letto sono ancora utili per sgranchirsi le gambe.
Un grosso rumore, un forte vento, una bocca nera ed enorme che si avvicina e lo aspira, proprio come il granello di polvere che a volte cerca di sembrare.
E' così' che finisce la storia dell'uomo di cinque centimetri.
Gli uomini di cinque centimetri hanno deciso di vivere così, da soli, per evitare rischi.
Ignazio pero' vuole sfruttare al meglio la sua caratteristica, non vive di nascosto, cerca di essere attento e prudente ma vuole vivere bene la sua esistenza e non essere rintanato come un topo.
Gira il mondo sempre in maniera diversa, si infila in una valigia, in aereoporto passa la sicurezza passando tra le scarpe dei viaggiatori, oppure sfrutta le grandi casse caricate negli aerei merci. Per gli spostamenti medi va sotto i sedili della prima classe dei treni veloci, quando invece deve solo cambiare via di un centro cittadino e' un attimo sfruttare la partenza di un taxi fermo.
Ha visto molte cose, nei grandi eventi c'e' sempre, ha visto quattro Olimpiadi, centinaia di concerti, ha visitato tutti i grandi musei e spesso ha dormito dentro per poter godersi le esposizioni da solo.
Non ha mai fatto file, non ha mai prenotato, nessun sold out od overbooking per lui, nessuna spesa.
Segue il clima, il sole, il tepore. D'altronde gli uomini di cinque centimetri indossano solo una specie di tuta-tunica grigia, utile, con il suo colore neutro a mimetizzarsi o anche, raggomitolandosi, sembrare un rotolino di polvere in casi di emergenza.
Ha una passione per i grandi spettacoli naturali, che a lui regalano dei brividi particolari, ricorda bene il rischio emozionante della grandi cascate, quel forte spostamento d'aria e quella violenta nebulizzazione dell'acqua ha messo alla prova il suo equilibrio, ma ha fatto salire la sua adrenalina.
Oggi e' in quella che e' considerata da molti la città più affascinante del mondo, Parigi.
E' stato quasi quaranta ore al Louvre, ha scroccato dalle cucine dei migliori ristoranti qualsiasi assaggio delle raffinatezze pronte ad essere servite, ha gustato qualche goccia di champagne rimasta su alcuni vassoi.
Oggi si sente un VIP, vive a Parigi come i grandi attori, gli uomini potenti, i viziati calciatori.
Esce da un club assieme ad un uomo accompagnato da un'avvenente bionda. La coppia chiama un taxi, l'uomo ordina perentoriamente: Tour Eiffel!
Ignazio non perde l'occasione, sale, scivola fino al sottosedile dell'autista e aspetta. All'arrivo balza fuori e resta a bocca aperta vedendo la torre illuminata e colorata.
Non cerca di intrufolarsi fra i turisti in fila per la scala o l'ascensore, ma prova il brivido di arrampicarsi tra i ferri e i bulloni. Arriva molto in alto e' felice ma stanco.
Vuole continuare la sua serata di lusso e trova un hotel a cinque stelle, ottoni e specchi, drappi e velluti.
Riesce ad entrare in una stanza occupata da una coppia di eleganti anziani che si coricano immediatamente, l'uomo di cinque centimetri si mette sotto il letto e usa la parte finale del piumone per coprirsi.
Le gocce di champagne e la fatica della scalata alla torre fanno si che bastano pochi secondi per entrare nella più profonda fase di sonno.
La moquette e' comoda, il silenzio assoluto e' rotto solo dai due signori che si alzano molto presto per recarsi all'aereoporto.
Ignazio si gira e continua a dormire, finche' la luce del sole lo sveglia, il personale delle pulizie ha tirato le tende e tolto il copriletto, il piumone e le lenzuola. Non si fida ad uscire sono in due, non vuole rischiare e poi un paio di minuti sotto il letto sono ancora utili per sgranchirsi le gambe.
Un grosso rumore, un forte vento, una bocca nera ed enorme che si avvicina e lo aspira, proprio come il granello di polvere che a volte cerca di sembrare.
E' così' che finisce la storia dell'uomo di cinque centimetri.
venerdì 6 febbraio 2015
giovedì 29 gennaio 2015
Battaglia giornaliera
Sono le venti, ore piccole per qualsiasi bambino di Gent o almeno della scuola di Giorgia Jurga, ma lei evidentemente di indole mediterranea tiene botta, bisogna quindi ricorrere a qualsiasi mezzo per farla dormire.
Giochi di parole, letture di libri, ma soprattutto: la storia.
Non ho un buon rapporto con le favole tradizionali, nel senso che conosco quella che puo' essere la morale ma mi confondo con la cronologia degli eventi, particolare fondamentale per una narrazione fluida e precisa.
Allora invento. Talvolta con successo, altre volte meno.
Alcuni particolari per una lettura piu' chiara: GJ sta per Giorgia Jurga, P per papa', scrivero' in maiuscolo fuori dalla conversazione l'atmosfera del colloquio, preciso che quando chiamo mia figlia con il nome esteso, sempre tutto di un fiato e con voce stentorea, Giorgiajurga, vuol dire che voglio far passare la mia alterazione.
GJ: Papa' mi racconti una storia?
P: Certo, allora c'e' una bimba....
GJ: Come si chiama?
P: Non lo so Gio, e' generico, e' una storia.
GJ: Ah, ok! Ma come si chiama?
P: Elena! Si chiama Elena. Posso andare avanti?
GJ: Si!
P: Elena e' a letto e deve dormire.
GJ: Perche'?
P: Senti Giorgiajurga, o parli tu o io racconto la storia, tra un po' devi dormire, non abbiamo molto tempo.
TENSIONE
GJ: Ok papa', scusa!
TENSIONE MITIGATA
P: Niente amore! Allora Elena sta per dormire quando sulla finestra della stanza arriva un uccellino.
GJ: Di che colore e' un uccellino?
P: Blu! L'uccellino e' blu e porta ad Elena una B.
GJ: B come bambini?
P: Si Giorgiajurga, B come bambini. Posso andare avanti?
GJ: Si papa'.
P: Bene! Elena prende la B e la mette sotto il cuscino.
GJ: Anch'io ho il mio cuscino.
P: Si Giorgia anche tu. Elena sta quasi per dormire quando un cagnolino bianco.....
GJ: Bau! Bau!
GELO
P: Il cagnolino porta una U ad Elena che la mette subito sotto il cuscino. Adesso Elena ha una B ed una U. BU. Non fa in tempo a guardare le due lettere assieme che sente un gattino miagolare.
GJ: Un gatto come quello sull' Ipad?
P: Uguale! Preciso! E sai cosa fa? Porta una O. Adesso Elena ha tre lettere vicine BUO.
GJ: BUO. Si, poi?
P: Poi arriva un piccolo lombrico.
GJ: Cos'e' lombrico?
P: Un bruco. Rups in nederlands. E lui porta una N, ora Elena sotto le coperte ha un BUON.
GJ: Sotto le coperte? Ma non erano sotto il cuscino?
P: Sotto le coperte, figurativo, sii elastica. Dal giardino una piccola rana salta e quando arriva all'altezza della finestra lancia in camera una A. Adesso Elena ha la parola BUONA.
GJ: Papa', io sono buona?
STRETTA AL CUORE
P: Si, bella, sei buona. Vuoi dormire?
GJ: Non ancora.
GELO E IMPRECAZIONI MEDITATE
P: Sull'albero vicino alla finestra un gufo guarda dentro la casa, vola per qualche metro e molla a terra una N che Elena raccoglie e mette via. BUONA N! E il gattino dice se vuoi ho un'altra O. Elena la prende.
GJ: Il gatto aveva due O?
P: Sembra. In questo momento arriva una piccola zanzara che vola male, lenta, perche' sente il peso delle due T che tiene nelle zampine. Le lascia sulla coperta ed esce dalla finestra volando veloce.
GJ: Due T? Come il gatto due O? Perche' loro due lettere?
P: La storia e' cosi' Gio', io ti racconto papale papale quello che ho sentito.
GJ: Hmmm!!
DIFFIDENZA SUA, IMBARAZZO MIO.
P: Nella camera il gatto corre come un matto perche' ha visto un piccolo topolino, che prima di scappare passa ad Elena una E.
Elena mette tutto a posto. B U O N A N O T T E. Chiama la mamma e le chiede cosa c'e' scritto.
La mamma risponde: buonanotte!
SILENZIO
GJ: Papa' dormi?
Giochi di parole, letture di libri, ma soprattutto: la storia.
Non ho un buon rapporto con le favole tradizionali, nel senso che conosco quella che puo' essere la morale ma mi confondo con la cronologia degli eventi, particolare fondamentale per una narrazione fluida e precisa.
Allora invento. Talvolta con successo, altre volte meno.
Alcuni particolari per una lettura piu' chiara: GJ sta per Giorgia Jurga, P per papa', scrivero' in maiuscolo fuori dalla conversazione l'atmosfera del colloquio, preciso che quando chiamo mia figlia con il nome esteso, sempre tutto di un fiato e con voce stentorea, Giorgiajurga, vuol dire che voglio far passare la mia alterazione.
GJ: Papa' mi racconti una storia?
P: Certo, allora c'e' una bimba....
GJ: Come si chiama?
P: Non lo so Gio, e' generico, e' una storia.
GJ: Ah, ok! Ma come si chiama?
P: Elena! Si chiama Elena. Posso andare avanti?
GJ: Si!
P: Elena e' a letto e deve dormire.
GJ: Perche'?
P: Senti Giorgiajurga, o parli tu o io racconto la storia, tra un po' devi dormire, non abbiamo molto tempo.
TENSIONE
GJ: Ok papa', scusa!
TENSIONE MITIGATA
P: Niente amore! Allora Elena sta per dormire quando sulla finestra della stanza arriva un uccellino.
GJ: Di che colore e' un uccellino?
P: Blu! L'uccellino e' blu e porta ad Elena una B.
GJ: B come bambini?
P: Si Giorgiajurga, B come bambini. Posso andare avanti?
GJ: Si papa'.
P: Bene! Elena prende la B e la mette sotto il cuscino.
GJ: Anch'io ho il mio cuscino.
P: Si Giorgia anche tu. Elena sta quasi per dormire quando un cagnolino bianco.....
GJ: Bau! Bau!
GELO
P: Il cagnolino porta una U ad Elena che la mette subito sotto il cuscino. Adesso Elena ha una B ed una U. BU. Non fa in tempo a guardare le due lettere assieme che sente un gattino miagolare.
GJ: Un gatto come quello sull' Ipad?
P: Uguale! Preciso! E sai cosa fa? Porta una O. Adesso Elena ha tre lettere vicine BUO.
GJ: BUO. Si, poi?
P: Poi arriva un piccolo lombrico.
GJ: Cos'e' lombrico?
P: Un bruco. Rups in nederlands. E lui porta una N, ora Elena sotto le coperte ha un BUON.
GJ: Sotto le coperte? Ma non erano sotto il cuscino?
P: Sotto le coperte, figurativo, sii elastica. Dal giardino una piccola rana salta e quando arriva all'altezza della finestra lancia in camera una A. Adesso Elena ha la parola BUONA.
GJ: Papa', io sono buona?
STRETTA AL CUORE
P: Si, bella, sei buona. Vuoi dormire?
GJ: Non ancora.
GELO E IMPRECAZIONI MEDITATE
P: Sull'albero vicino alla finestra un gufo guarda dentro la casa, vola per qualche metro e molla a terra una N che Elena raccoglie e mette via. BUONA N! E il gattino dice se vuoi ho un'altra O. Elena la prende.
GJ: Il gatto aveva due O?
P: Sembra. In questo momento arriva una piccola zanzara che vola male, lenta, perche' sente il peso delle due T che tiene nelle zampine. Le lascia sulla coperta ed esce dalla finestra volando veloce.
GJ: Due T? Come il gatto due O? Perche' loro due lettere?
P: La storia e' cosi' Gio', io ti racconto papale papale quello che ho sentito.
GJ: Hmmm!!
DIFFIDENZA SUA, IMBARAZZO MIO.
P: Nella camera il gatto corre come un matto perche' ha visto un piccolo topolino, che prima di scappare passa ad Elena una E.
Elena mette tutto a posto. B U O N A N O T T E. Chiama la mamma e le chiede cosa c'e' scritto.
La mamma risponde: buonanotte!
SILENZIO
GJ: Papa' dormi?
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