martedì 16 giugno 2015

Guerra alla Francia


Sono rimasto molto colpito da quello che sta succedendo a Ventimiglia (forse Venticinquemiglia, dopo l'avvento del governatore Toti in Liguria, lo stesso che ha dato supporto morale ai tre, 3, maro' in India) dove centinaia di emigranti sono stati bloccati con la forza alla frontiera francese. 
Prima di scrivere frontiera, ho dovuto tirare questa parola fuori dalla naftalina, togliere la polvere e riportarla sul testo. 
Le immagini dei telegiornali mostrano il Ponte San Ludovico con polizia francese da una parte e italiana dall'altra che evidentemente attendono istruzioni. Le autorita' francesi smentiscono categoricamente che le frontiere (coff, coff, ancora polvere!) siano chiuse, ma gli extracomunitari che vogliono anche solo transitare per la Francia sono impossibilitati a farlo, quindi?
 I migranti hanno fatto capire bene che  indietro non tornano, rinunciano ad una registrazione in Italia perche' non e' questa la loro destinazione, minacciano di buttarsi a mare. 

Non va meglio in alcune stazioni ferroviarie, su tutte Milano Centrale, dove la Croce Rossa e il volontariato stanno gestendo con cuore ed orgoglio la situazione.

Tutti questi spunti sono il frutto di una veloce e probabilmente superficiale lettura di un unico quotidiano nazionale on line; ovviamente nell'home page queste persone  sono relegate alla quarta-quinta notizia dopo gli sproloqui della nostra classe dirigente, la vittoria (o comunque la non sconfitta) di tutti alle amministrative, qualche macabro fatto di cronaca che fa audience, e il calcio.

Dopo questa brevissima e poco circostanziata premessa volevo formularvi la mia soluzione, forse semplicistica ma sicuramente motivata. 

Nel 1986 ero al Q di Ibiza, la discoteca piu' trendy dell'epoca, quella che lancio' l'istriano Sandy Marton, quando con ancora negli occhi l'urlo di Tardelli di quattro anni prima, seguivo un palpitante Francia-Italia di un triste azzurro mondiale messicano. Due a zero per i galletti, vado a memoria: Platini e Stopyra ma posso sbagliare. Avevo dodici anni mia sorella sei, mio padre e mia madre attorno ai trenta e chiaramente stavamo loro rovinando le vacanze in un posto cool.

Forse li' e' iniziata la mia personale poca simpatia per i transalpini, senza scomodare la persin troppo inflazionata sorella di Zidane, con relativa testata a quel pessimo elemento di Materazzi.
Sembrera' futile il motivo dell'antipatia soprattutto se confrontata con la serissima premessa che ha iniziato questo post, sta di fatto che mi sembra necessario redigere una dichiarazione di guerra alla Francia.
E mentre penso veramente come potrebbe essere articolato un simile documento, il sottofondo musicale che ho scelto per accompagnare il tichettio della tastiera del pc aumenta ancora di piu' la mia consapevolezza; ispirato dall' immortale Freak Antoni e dalla sua nobile ciurma, con la loro "Riprendiamoci la Corsica" decido  che l'azione e la conseguente strategia e' fatta. 
Sono un allenatore sportivo, magari non un generale, ma posso discutere di strategia con coscienza di causa. 
Lo dice Freak lo confermo io: la chiave e' la Corsica e abbiamo anche una motivazione: Bonaparte era italiano qualche diritto lo abbiamo… Agiremo d'estate perche': un gesto gratuito ma fiero giocheremo sul relax vacanziero approfittiamo dello svacco salottiero. Ma dobbiamo essre convinti perche':  se tu non vuoi esporti forse è meglio che non parti.
Abbiamo un ripiego: se va male, proveremo con la Svizzera. 

Potra' essere una soluzione paradossale, triste, ridicola ed ignorante, ma la situazione che stiamo vedendo a Ventimiglia e a Milano Centrale in qualsiasi telegiornale non lo e' anche?

martedì 9 giugno 2015

RUSPE

In questi giorni mi sono tornate in mente le parole del pubblico ministero Katzman al processo Sacco-Vanzetti:

ma quali testimoni, una fila di squallidi personaggi usciti dai bassifondi della nostra societa', miserabili straccioni.
Non ingiurio nessuno se dico che i testimoni italiani sono meno attendibili. Certo fa male al cuore vedere dei poveretti arrivati dai paesi piu' lontani e miserandi, incivili, bisogna pur dirlo.
Italiani, Greci, Portoricani, Polacchi, Cileni fa pena certo, pensare ai loro sforzi inumani per mettere radici in una civilta' superiore, cercare di adeguarsi ai nostri costumi, alla nostra mentalita'.
Signori membri della giuria, quale razzismo peggiore di chi come la difesa vuole contrapporre a leali cittadini americani, testimoni ineccepibili e coscienziosi, una massa di poveri immigrati, gente che non sa nulla dei nostri principi nazionali, dei grandi ideali di democrazia e giustizia che regolano la nostra societa, individui che non parlano neanche la nostra lingua.
E' gente come questa che rappresenta il maggior pericolo per le nostre istituzioni, dobbiamo aver comprensione, certo, ma non fino al punto di mettere in pericolo.
Sapete che tra gli italiani ci sono riti di sangue, in cui il sangue del maestro, viene materialmente mescolato a quello del discepolo, del nuovo iniziato. Barbari! Barbari! 


Aggiungo: ruspe!!!




lunedì 8 giugno 2015

L'inutile fuga

Guido anche se odio farlo, ricordo nel cortile di casa quando da bimbo giocavo con i miei amici e mio padre tornava dal lavoro. Due colpi di clacson, la mia corsa verso l'interruttore del cancello, portone aperto, un cenno con la mano e mio padre mi prende sulle ginocchia mi fa impugnare il volante. Conduco la macchina dentro al garage riempiendo d'orgoglio il "vecchio".
L'ho sempre fatto per lui, in verità non vedevo l'ora di tornare in cortile con i miei compagni di gioco.
Chissa' se e' partito da li' il mio totale disinteresse per automobili e guida.

Ora ho la fortuna di poter fare tutti i miei spostamenti quotidiani in bicicletta o meglio in metro, mezzo rapido, preciso.
Uso la mia utilitaria con pochissimi chilometri, solo nel momento in cui ho pensieri negativi forse perché sono talmente concentrato per fare una cosa che mi viene difficile, che dimentico il resto.
Ho ricordo di mia nonna quando guidava e mi sento come lei, la ricordo dritta, con le mani sul volante messe alle nove ed un quarto, e la testa esattamente incastrata tra la visiera parasole e il volante stesso.
Io sono così, inforco gli occhiali anche se ho una miopia di zero venticinque e solo da un occhio, il codice stradale non prevede per me l'obbligo lenti, metto il sedile a novanta gradi e quasi mai appoggio la schiena, prima di partire controllo la distanza con i pedali e regolo la seduta di conseguenza, provo tutte le luci e le spie, posiziono gli specchietti, insomma faccio tutte quelle manovre che sono obbligatorie per accontentare l'ingegnere all'esame di guida, ma totalmente inutili ora, dato che la mia macchina la porto solo io.

Vado senza meta, parto da Milano scappando negli orari dove il traffico ti da' un po' di tregua.
L'autostrada e'imboccata, mangiare il nastro d'asfalto mi rende invincibile, sto dominando un mio tallone d'Achille con estrema facilita', esorcizzo una mia paura affrontandola.
La pressione sale quando davanti a me transita un veicolo piu' lento, peggio ancora se e' un autoarticolato o un camion. Sono sempre combattuto se rallentare e mettermi dietro, o scalare le marce, mettere la freccia e provare ad andare.
In questi momenti odio me stesso, potevo stare a casa, sul divano a sfogare le mie magagne sui videogames o distrarmi con un film amato  e sicuramente già visto milioni di volte.
Finalmente niente davanti, asfalto, sole all'orizzonte, solo qualche folle che mi passa a sinistra a velocità multabile, la concentrazione non scende mai, non ho il tempo per pensare alle mie beghe personali: al lavoro che va a rilento, se veramente ha avuto senso traslocare nella grande metropoli, alla mia eterna fidanzata che probabilmente non diventerà mai mia moglie, al nostro rapporto che si interromperà di comune accordo dando la colpa alla distanza che ci divide e non al logorio e al poco entusiasmo di qualcosa portato avanti senza mai farsi una domanda.

Solo una piccola sosta, per andare in bagno, bere un caffè'  e mangiare uno snack dolce e mettere un po' di carburante.

Riprendo il percorso, il sole e' basso e' molto più semplice portare la macchina con questa luce, tengo sempre la velocità moderata e costante, più si accumulano i chilometri più mi rendo conto che i pensieri della quotidianità riescono a farsi spazio nella fuga.
Butto l'occhio sulla destra un cartello verde mi dice prossima uscita "Caianello", esco e rientro dall'autostrada e' ora di tornare.

martedì 26 maggio 2015

PROVERBI

Avevo un amico diplomatico che spesso veniva a cena casa mia. Ogni volta mi chiedeva: cosa porto? Io rispondevo: delle baguette, delle michette, delle ciabattine o dei semplici panini. Lui puntualmente veniva a mani vuote.
Ambasciator non porta pane.

Era nettamente lo stallone piu' rappresentativo del maneggio, nessuna sella per lui, zero briglie, nessun sentiero battuto, lui e' il re e il suo compito e' solo quello di continuare la stirpe.
Da un po' di tempo pero' lo stallone Donato non sta bene e solo il suo fedele amico, lo stalliere Carlo, e' stato capace di avvicinarlo, ma anche lui dopo le solite carezze amichevoli appena  toccato il muso ha ricevuto un netto rifiuto.
Individuato il problema Carlo ha avvisato il veterinario del dolore mascellare di Donato, ma sfidando qualsiasi logica deontologica, il medico ha rifiutato la visita.
E cosi' tutti gli altri colleghi convocati dai responsabili del maneggio.
Al caval Donato non si guarda in bocca.

Il suo mondo era in equilibrio su uno scoglio a farsi baciare dal sole, tra un tuffo e qualcha bracciata tra le onde.
L'estate pero' l'aveva tradito, la pioggia deprimeva il suo essere.
Forse con questa giustificazione motivava il suo vizio della bottiglia: barbera, sangiovese, terrano o anche qualche dozzinale tinto da sangria spagnola alla sera lo accompagnavano fino al primo sonno.
Rosso di sera bel tempo si spera.

L'apicultore si chiede se e' ancora il caso di mantenere le arnie, ormai il miele e la pappa reale delle grandi produzioni fanno si che i suoi incassi siano ai minimi termini.
Ma lui ama quegli animali, li riconosce ad uno ad uno e non solo la regina facilmente rintracciabile date le dimensioni superiori.
Per qualche sbavatura della sfumatura del nero sul giallo ma soprattutto per la sua propensione al ritardo riconosce sempre Tito, la sua ape preferita.
Quando passa a controllare lui arriva sempre dopo le altre, appesantito, decolla da un fiore dopo aver copiosamente succhiato del polline.
L'ape Tito vien mangiando.

Era da tempo che lei organizzava quella serata, il vestito lungo, la prenotazione al miglior ristorante e i biglietti per il tanto aspettato concerto. L'emozione correva sulla sua schiena ma percepiva un po' di freddezza dal suo lui.
In effetti non provava la stessa sensazione anzi, il suo bel gessato blu lo indossava con piacere, il ristorante era di suo alto gradimento, ma il concerto no, quello non lo capiva, non condivideva la passione per il cantante di Furia cavallo del west.
Lui alla fine si presento' al teatro, ma a spettacolo ampiamente ultimato, la raggiunse per un cocktail nella brasserie del foyer del teatro.
Meglio tardi che Mal.

Nella campagna non c'e' un buon clima, tutti tendono a stare per conto proprio, l'egoismo impera.
I piselli chiusi nei loro bacelli si sopportano in silenzio, le fragole ormai pesanti sono chinate verso la terra, i pomodori attaccati al loro palo cercano una difficile arrampicata. Solo le ciliegie magari timidamente, ecco perche' quel colore rosso, cercano un minimo di coinvolgimento tra di loro, si incoraggiano e si tengono per mano.
Una ciliegia tira l'altra. 


La bambina passa le ore con i suoi coniglietti di pezza, i suoi giocattoli preferiti dalla culla fino ad ora.
Quando la mamma le permette di vedere la tv, si piazza sul divano e aspetta il suo mito: Bugs Bunny, il furbo divoratore di carote.
Anche da piccolina pero' ha sempre avuto chiara la differenza tra l'animale vivo, quelli di peluches e i disegni della televisione, si ispirava agli ultimi per poi ambire a gestire e curare il primo, solo talvolta tentava di chiedere: Mamma, mi compri uno vero? E la mamma rispondeva sempre nella stessa maniera: Primo non e' vero ma e' vivo, poi un animale e' una responsabilita' ancora troppo grande per te, ne riparleremo quando sarai piu' grande.
Il tempo e' passato ma per altri problemi, quel leporide non e' mai arrivato.
La bimba ci pensa sempre, e l'occhio triste e' sicuramente dovuto a questa carenza di affetto, ma anche alla mancanza di sonno, infatti lei sta sveglia ogni notte ad aspettare.
La notte porta coniglio. 


Fiera del Vino 2015.
Un prestigioso sommelier prende la parola davanti ad una platea di neofiti:
Buongiorno a tutti sono qui per rispondere alle vostre domande, per soddisfare le vostre curiosita', c'e' qualcuno che vuole iniziare, qualche coraggioso che prende per primo la parola?

No.
A buon intenditor poche parole.

venerdì 8 maggio 2015

Papa cool

Direttamente da basketnet.it riportiamo l'articolo di Lelefante:


Sono gli episodi capitati, magari qualche lettura o il navigare in internet che ti danno coscienza su un argomento a cui prima non avevi dedicato un'opinione.
Il rapporto allenatore/istruttore - genitore e' uno di quei temi che forse si tratta sempre con superficialità.
Quando ancora minorenne mi regalavano gloria chiamandomi assistente o vice, ma in verita' ero uno spostabirilli o al massimo un ostacolo mobile, sentivo dai miei guru la classica frase: la squadra migliore e' quella composta da orfani.
Se da giovane ho ripetuto questo mantra dopo l'ho totalmente rinnegato, esattamente come mi dissocio da molti di quei cartelli che girano sulla rete dove si indica un galateo di comportamento dei parenti presenti in tribuna.
Mi sembrano molto banali ed ipocriti.
L'educazione del genitore per me va a pari passo con quella che la società imprime sull'istruttore, ai suoi tesserati quindi ai ragazzi.
Mettere un cartello in tribuna e' molto semplice, fa certamente scena, soprattutto se fotografato e condiviso, ma conta poco.
Si badi bene, chi scrive ha avuto in qualche occasione problemi con i genitori degli atleti anche di eta' molto diverse, ammetto di non esser mai stato diplomatico e tanto meno malleabile. Anche nelle ottime relazioni (ci sono state anche queste) non ho mai ritenuto la confidenza una giusta maniera per gestire quel sottile filo.
Credo nelle riunioni periodiche, in un colloquio alla fine di un allenamento, sempre nel rispetto dei ruoli e nella fiducia.
Non dobbiamo noi operatori delle società mai dimenticare che sono i genitori che portano i ragazzi all'allenamento, sempre loro pagano le rette che sono fondamentali per portare a casa la stagione agonistica, per non parlare poi delle trasferte dove spesso con tre macchine risolviamo il problema.
Alla base di tutto c'e' una parola chiave sola: educazione.
Educazione prima comportamentale poi sportiva, un bambino che entra in palestra e saluta e' già un'ottima base per l'istruttore.
Da recente genitore insisto molto sulla comunicazione di mia figlia: il saluto, per piacere e per favore, grazie, prego, scusa sono fondamentali per il mio modo di vedere la sua crescita e le deve usare a menadito con la famiglia ma soprattutto nei rapporti con il mondo esterno.

Giorgia Jurga ora che il sole bacia Gent (Belgio) passa il post scuola ai giardinetti con vari interessi, dalla raccolta di fiori e sassi, ai classici giochi e solo nell'ultimo mese ha dato segni di propensione ad una generica attività motoria.
Una corsa a ritmi diversi, arrampicare, un maggiore coraggio in salti e tuffi sulla sabbia.
In maniera del tutto spontanea nelle nostre uscite verso il campo giochi vicino alla bellissima cattedrale di Sint Jacob, l'altro giorno si e' trascinata la sua palla preferita, quella di Elsa, Anna e Olaf, protagonisti del film Frozen. Se avete una figlia under dieci sapete di cosa parlo. Ammetto che nonostante la palla non sia arancione e sia sprovvista di spicchi, l'emozione mi e' corsa sulla schiena.
Arrivati alla panchina base, parcheggio la bicicletta, non ho forzato la mano e con distacco ho chiesto come sempre: altalena? Purtroppo la risposta e' stata si, quindi inutile attesa con pallone sotto braccio.

GJ pero' recupera immediatamente punti, blocca l'altalena e chiede: giochiamo a palla? Certo - e poi pandemonio: andiamo a giocare al campo da basket?
Groppo alla gola, bruschetta nell'occhio: Va bene, piccola!
Un misto di palleggi e passaggi, corsa (solo sua!) e calcio, ma va tutto bene, l'importante e' calcare quell'asfalto, stare nell'ombra del canestro, pestare le righe bianche.
Il mio ruolo e' di spalla, di sponda, cosi' posso guardarmi in giro e scorgo padre e figlio con palloni da basket sgargianti, il papa' e' molto cool, jeans stretti, maglietta che sembra infilata a caso ma che invece ha una sua precisa vestibilita', barba rasa e curata e occhialino come tipico del finto nerd hipster, berretto di lana nonostante i venti gradi. Figlio biondo che sfonda di poco i dieci anni, secco, jeans e sneakers, felpa con il cappuccio.
Il loro sembra il classico gioco del giro del mondo, il biondino e' un po' impostato si vede che frequenta il minibasket ma magari qualche allenamento l'ha saltato, il padre e' un giocatore da parrocchia non ha particolare dimestichezza.
Incrociamo un paio di volte le nostre traiettorie, io rendo la palla esageratemente gonfia, il bimbo abbassa gli occhi senza neanche un timido Dank u.
La scena clou arriva su un tiro della media del bimbo, che sbatte sul primo ferro e la palla schizza verso la meta' campo, la recupera, e torna verso la posizione lasciata con una partenza in palleggio con la mano destra.
Ed e' in quel frangente che il papa' lanciando il cappello di lana interviene, fa ampi cenni che il suo palleggio e' alto, che i suoi occhi guardano l'asfalto, e' evidente che questa e' un'osservazione che il bimbo riceve spesso, perché il padre e' molto deluso.
Per tutta risposta il biondo classe duemilatre circa (ho ancora questa influenza da coach: non quanti anni hai ma di che anno sei; d'altronde il mio codice bancomat e il pin del telefono li ricordo con i nomi di ex atleti e collego la loro annata….) scaglia la sfera sulla tabella e se ne va con un labiale che non percepisco, ma l'espressione e' chiara.
Si siede sulla panca, il papa' lo raggiunge, conversano per un paio di minuti, poi il papa' torna ad allenare il suo tiro mentre il bimbo va in altalena.

Caro padre molto cool, mi permetto di consigliarti, lascia stare il palleggio del ragazzo, la prossima volta porta una palla sola e gioca con tuo figlio e soprattutto digli di ringraziare, salutare e sorridere, sempre. Soprattutto al campetto.

lunedì 27 aprile 2015

Disagio sportivo

Probabilmente se seguite il calcio di vertice italiano non condividerete nulla di questo post.
Sono stato tifoso anche acceso, da chiacchiera da bar e commenti del lunedì; poi non mi sono adeguato alle pastette, ai biscotti, al delinquere, al malcostume e anche alla violenza.
Sono juventino, un amore giovanile, ma ormai più che un matrimonio e' una relazione aperta, come con quelle donne con cui sei stato bene ma ormai hai consumato la passione; lei ha la sua vita, tu la tua.
Un saluto e un caffè lo si prende ancora volentieri assieme ma nulla più.

Non posso sopportare i titoli dei giornalisti, i salotti delle televisioni di second'ordine, i processi, gli appelli e i contrappelli, i giochi di parole come zozzoneri, rubentus, merdazzurri, di cui non trovo alcun collegamento, nessuna capacita' di giocare con le parole e lettere, nessun significato.

Poi anche tecnicamente non ho una preparazione, per me lo spettacolo e' il goal, non godo per un fuorigioco fatto bene o una diagonale perfetta.
Come giocatore sono stato un bomber dell'asfalto di Poggi Paese, ma giocavo sulla quantità delle presenze, la qualità era di Muci, Frapo, Tony e Roby.
Al massimo posso ricordare con poca modestia la scarpa d'oro vinta e consegnatami da Rino Gandini, mitico portiere della Triestina e padre dell'ex pivot della Pallacanestro Trieste, come miglior marcatore ai Giochi di Settembre della mitica parrocchia Gesu' Divino Operaio (GDO per tutti).

Quindi questo deficit di entusiasmo per il calcio di vertice, la mia carenza tecnica sommata alla mia lontananza da casa ha scatenato ulteriormente in me il tifo per la squadra della mia città, l'Unione, la Triestina.
La seguo nonostante la categoria, i faccendieri che ne hanno la gestione, la carenza cronica di risultato. Insomma amore vero, per la maglia, per il significato dell'Alabarda, per la città.

Quindi leggo di calcio minore, apprezzandolo pure.
Sia chiaro la Triestina per me e' serie B o C1, nutro sempre il sogno di vedere almeno un campionato al Rocco di serie A, solo per la soddisfazione di tifoso.
Pero' e' vero che nella mia città il calcio minore e da sempre seguito ed amato, ricordo che il mitico settimanale Triestesport fece molti anni fa un'osservazione centrata ed interessante di come il pubblico presente al Rocco (o ancora al Pino Grezar?) potrebbe essere integrato in maniera importante con il numero di tifosi che seguono settimanalmente i vari tornei di calcio a sette.

Il calcio a sette sotto San Giusto e' un'istituzione, in una città in costante difficoltà per carenza di strutture sportive, il campo a sette e' una sicurezza, ogni quartiere ne ha almeno uno.
Che poi il calcio a sette e' tipicamente triestino, infatti in giro ho sentito il calcio a cinque o calcetto, futsal per i più fighi, poi il calciotto oppure aspettare l'estate per bruciarsi le piante dei piedi sulla sabbia rovente per il beach soccer.

Una vera galassia di calcio minore, forse più sano, che potrebbe rianimare la passione di molti delusi; magari potrebbe essere più organizzato, più corporativo.
Allora lancio a qualche mio amico calcisticamente più preparato questa idea: istituire una federazione parallela e in antitesi con i dinosauri di Tavecchio, un team che sappia valorizzare il meglio dello sport, della vita sportiva di tutti i giorni.
Il calcio minore che non segue la politica litigiosa e inconcludente e la società allo sbando adeguandosi a quello che ormai hanno fatto i protagonisti della serie A. Il calcio minore che si aggrega in tutte le sue forme, che si allea e forma un corpo solo.

Una federazione italiana calcio amatoriale, dove si propagandano alti valori morali, e si ha un unico obbiettivo comune tra dirigenti, allenatori, giocatori, arbitri e tifosi.
Insomma un mondo, una galassia, che giri intorno alla Federazione Italiana Calcio Amatoriale.
Un mondo, una galassia che giri intorno alla FICA.

mercoledì 22 aprile 2015

Sono ricco

Influenzato dai racconti del sito, il fidato economista del blog si cimenta in una storia.
Ha alzato insomma la testa dai suoi weekly pillows, ha preso la penna e ha prodotto: Sono ricco.

Grazie coach K.



Sono ricco… d’età ed esperienze e ho i miei lussi: mi estraneo, quando qualcosa non mi piace o mi spazientisco, mi isolo… e ricordo. E’ un gran lusso, perché alla mia età ti lasciano in pace, non insistono o ti pungolano, come facevano molti anni fa.
Da sempre, la prima volta credo a 6 anni, se mi annoiavo me ne andavo, non fisicamente, ma partivo per i miei viaggi mentali, mi distraevo, pensavo a fantasie, immaginavo. Ma era praticamente impossibile, venivo richiamato alla realtà, mi strattonavano, mi prendevano in giro. Ora è diverso: il passato mi fa vivere il presente, ricordo e vago con le molte cose occorse alla mia vita, il presente è miserabile: vivo con figli e nipoti, e mi sposto dal letto alla poltrona.
Oggi però è il mio compleanno ed hanno deciso di portarmi in città per farmi un regalo. Io, al solito, non ho chiesto nulla, ma per i nipotini bisognava portare fuori il nonno e comprargli… una pipa. L’ho detto che sono ricco: ricordo e fumo. Purtroppo l’ultima pipa si è rotta e non riesco ad aspirare più bene ma, ripeto, non ho chiesto nulla. Continuavo a fumarla perché anch’essa legata ad un ricordo, ero stato in America un anno, a studiare medicina; ero arrivato un po’ prima delle vacanze di natale, sbarcato a New York ed accolto dalla prima grande nevicata, faceva freddo ed il vento mi impediva di accendermi la classica sigaretta. Avevo un paio di giorni liberi, prima di cominciare gli studi e così cominciai a gironzolare, mentre camminavo per la Lexington, con le scarpe sommerse dalla neve, scorsi una vetrina con dentro della gente che sembrava godersela alla grande, avvolta da nuvole di fumo. Non capivo bene di cosa si trattasse così ci ripassai davanti un’altra volta e poi decisi di entrare.
Faceva caldo, salutai stentatamente e chiesi di togliermi il cappotto. Fui accolto con gentilezza ed invitato a sedere. Mi venne chiesto cosa volessi ed io domandai un tè. Il mio ospite mi sorrise e mi spiego che quella era una “fumeria”, ovvero un posto dove si chiacchierava tra una boccata e l’altra; in effetti guardandomi attorno scorsi varie persone a fumare sigari o tirare la pipa. Le mie sigarette erano decisamente fuori posto per cui chiesi un sigaro e come risposta ottenni un sorriso. Mi venne fatto cenno di alzarmi e fui introdotto in un'altra stanza dove tabacchi e sigari riempivano intere pareti, non volevo andarmene visto il tepore ma ero evidentemente imbarazzato, con mio grande sollievo (e considerato il mio abbigliamento non proprio sfarzoso) mi venne consigliato un Hoyo de Monterrey di provenienza cubana. Per me era la prima volta, lo accessi con non poche difficoltà e mi adagiai su una comoda poltrona pensando al mio futuro, mi ero appena congedato dall’esercito e cercavo una specializzazione per aprire un mio studio di medicina privato, sognavo una casa con un caminetto, una moglie yankee e qualche pargolo, insomma la tipica vita media americana.
Dopo quasi tre quarti d’ora, in cui forse mi ero pure appisolato, decisi che era arrivato il momento di tornare a bighellonare, ma vista la gentilezza riservatami volli assolutamente comprare qualcosa, un oggetto che mi rimanesse nel tempo e mi ricordasse il primo impatto con gli Stati Uniti, comprai la mia prima pipa, una Peterson.
Ora a distanza di più di 45 anni mi ritrovo di nuovo col cappotto addosso pronto ad uscire coi nipoti a guidarmi in un piccolo negozietto dotato di varie pipe e oggetti da fumo.
Ho sempre freddo, indosso un cappotto con sotto una sciarpa, un maglione di lana grossa ed una camicia di flanella, calze da montagna, pantaloni a coste di velluto ed il mio inseparabile cappello pesante, acquistato dopo 20 minuti di permanenza  a Boston, grazie al vento proveniente dall’Artico.
Entriamo e, stranamente, nessuno fuma…ritorno ai ricordi…ho un nipote per mano ed appena il commesso ci mostra le sue numerose pipe i pargoli restano esterrefatti, sono tutte luccicanti, pulite e odorano di nuovo. Ho sempre raccontato poco di me, alle domande rispondevo con altre domande, sempre per il fatto che mi estraniavo, e mi ricapita pure ora.
Poi, ad un certo punto, il nipotino più piccolo, con un innocente grazia, mi gira il mento, in modo che lo possa fissare negli occhi, in mezzo a noi una bella pipa, grande, curva, rossa, e le parole mi escono dal cuore, senza che possa trattenerle:
“E’ la stessa che usava il mio amico Sherlock”.