giovedì 20 ottobre 2016

Bebevionatemi

Sovraesponete Bebe Vio. Sono bebevionato.

Tempo fa mi è capitato di leggere su un giornale un sondaggio sugli argomenti più trattati ai tavolini dei bar.
Onestamente l'esito mi è sembrato abbastanza scontato, gli argomenti ovviamente sono sport, politica, donne/pettegolezzo; mi ha sorpreso però la graduatoria infatti la politica distaccava e non di poco gli altri temi.
Da quel giorno non nascondo che davanti al capo in B (specialità triestina), al cornetto e al giornale non ho potuto fare a meno di "tirare l'orecchio" ascoltando dagli altri tavoli l'attendibilità nella vita vera di quel sondaggio. Confermato.

Figuriamoci quindi se entra nella nostra comunicazione di massa un ciclone come Bebe Vio: giovane donna, sportiva di livello mondiale e recentemente coinvolta in un viaggio di rappresentanza in USA del primo ministro Renzi.
Intendiamoci: politicamente non mi sembra una notizia rilevante, lei stessa con la purezza della gioventù si è smarcata da qualsiasi etichetta o bandiera, però è chiaro che suo malgrado Bebe è finita anche nelle pagine di politica oltre alle solite sportive.

Questo ha scatenato il miserabile che si nasconde in ognuno di noi e che spesso esce quando siamo davanti alla tastiera, accusando Bebe di sovraesposizione nel caso migliore o accuse di sfruttare la sua condizione, peggio ancora: offese.
Ovviamente le offese non meritano di essere neanche prese in considerazione, per le accuse se ne avrà voglia, ma non credo, ci penserà lei, sulla sovraesposizione invece sono d'accordo.

Bebe la puoi trovare in ogni momento sui social, spesso in radio e televisione, quindi sicuramente in questo momento è sovraesposta ma io spero che questo momento prezzemolo duri a lungo.

Bebe Vio, che potrebbe legittimamente piangersi addosso, è bella da vedere perché nonostante i segni visibili della sua malattia ha un viso e un sorriso ammaliante, ha la gioia della sua età, lo spirito vivace di una giovane atleta, l'ottimismo entusiasmante di chi vive un momento magico, la parlantina agitata e obiettivamente troppo veloce di chi ha tante cose da dire.
Bebe Vio è un esempio, Bebe Vio è energia e Dio solo sa di quanto ne abbiamo bisogno, sovraesponete Bebe ve ne prego. 

venerdì 14 ottobre 2016

Non si cerca per trovare, si cerca per cercare.

prima bozza di stampa

prossima idea

prima stampa definitiva

prima stampa lastra grande

prima stampa lastra piccola

lastre complete

lastre complete

lastre complete

incisione

incisione completa e attrezzo

incisione completa

giovedì 29 settembre 2016

Ottobre, parentesi cestistica.

Ottobre.
Dopo cinque/sei settimane di sudore tutto o quasi tutto è pronto.
La serie A1 e A2, sono vecchio per ricordare le nuove denominazioni, sono ai nastri di partenza.
La massima serie si presenta più o meno nella stessa maniera degli ultimi anni con l'Olimpia Milano protagonista scontata e le altre con strategie diverse che cercano di sgambettarla.
Per fortuna a creare problemi all'AJ ci pensa l'AJ, almeno così la pensa chi imbratta questo foglio; ma come si fa a spiegare la lavata pubblica di panni sporchi e la delegittimazione al capitano da parte dell'uomo forte della società, se non una tafazzata incomprensibile? Illustri ex scarpette rosse in maniera più diplomatica, ma mica tanto, hanno definito il fatto come "la peggior strategia motivazionale di sempre".
Dietro Avellino, Venezia e Reggio Emilia sembrano le più competitive; per il resto si punta sull'effetto  sorpresa, chi ha pescato buoni USA che stanno bene assieme sarà a ridosso delle prime, le altre lotteranno tra metà classifica e zona retrocessione.
Non so perché ma questo via vai di giocatori spesso mediocri che segna il bene o il male della stagione delle societa', negli ultimi anni lo chiamano programmazione o progetto.
Al piano inferiore, aria migliore, molti italiani giovani e meno hanno deciso di valorizzare il secondo campionato nazionale alzando di molto il livello.
Nobili piazze, senza fare inutili liste, il ritorno del derby di basket city, molti team che puntano all'unica promozione disponibile, sono elementi che alzano di molto l'interesse e la pressione che ha portato alcune società a cambiare o a puntellare l'organico proprio alla vigilia della prima giornata.
In tutto questo baillame non possiamo dimenticare che questi campionati sono il più ampio serbatoio della "nazionale più forte di sempre" o "la nazionale più forte di sempre, sulla carta" non ricordo bene, ma l'ho sentito dire non è farina del mio sacco.
Buon basket.

martedì 23 agosto 2016

BOLLE DI SAPONE



Faccio bolle di sapone.

Inizio al mattino con il sole e mi fermo solo quando vedo la luna e sono stanco.

Marina, Cinzia e Paola le mie amiche in bianco mi dicono che da quando faccio le bolle sono molto più tranquillo e bravo, anche se qualche volta si arrabbiano perché non torno a mangiare.

A volte quando soffio a lungo escono un sacco di bolle dal cerchio rosso di plastica, e prima di vederle scoppiare riesco a dare un nome a tutte.
Mi piace vederle volare sopra gli alberi, hanno un sacco di colori e con il vento sembra che danzino.

Da quando faccio le bolle di sapone, posso uscire non solo dalla camera ma anche dal giardino, vado spesso al parco, ho la mia panchina dove appoggio il vasetto col sapone e inizio a soffiare.

È bellissimo vedere gli alberi e il cielo attraverso le bolle.

Oggi vado alla fortezza della mia città, la salita per salire parte proprio dal parco, vicino alla mia panchina.
La salita è ripida, mi manca il fiato, spero di recuperarlo per le bolle, quando arrivo cerco le scale per arrivare sulla torre più alta così le bolle non avranno ostacoli per andare in cielo.
Dalla torre della fortezza si vede il mare, non mi ricordo da quanto tempo non vedevo il mare, e attraverso le bolle e' ancora più bello.

Forse adesso il mare mi piace più delle bolle.
Le bolle volano, fanno una strada molto più lunga di quando sono al cortile sembrano molto più forti e resistenti, alcune vanno così lontano che non riesco neanche a seguirle e vedere quando scoppiano, secondo me arrivano fino al mare.
Forti e resistenti, forse possono anche reggermi fino al mare, se soffio piano e a lungo ne escono tantissime magari mi posso stendere sopra e farmi portare, se va bene arrivo al mare, male che vada vado in cielo.

martedì 28 giugno 2016

IL FIASCO

A Tullio e Silvio.


IL FIASCO

Chissà se Il signor Marino quando ha aperto questa bettola era poco fiducioso sul successo oppure semplicemente ha pensato di chiamarla con le cose che più si notano sulle mensole e nelle vecchie credenze massacrate dai tarli.
Sta di fatto che il Fiasco, ragione sociale: locale di mescita, è qui da una settantina d'anni e adesso ci sono io, che lavoro da solo per limare le spese.
All'inizio della sua storia questa piccola gabbia in riva al mare era niente altro che un piccolo ufficio dei pescatori, poi la folgorazione del Marino, e la trasformazione: via gli schedari, le inutilizzate macchine da scrivere e la cancelleria e dentro un calcio balilla, un paio di botti di vino, una macchinetta del caffè e un po' di salame, formaggio e vista la location (come dicono quelli bravi) del pesce azzurro sott'olio o con la cipolla.

Con il tempo i pescatori si sono spostati in zone più attrezzate al loro duro lavoro, ma il Fiasco è rimasto, qualche gestore precedente ha cercato, con scarso successo, di mutarlo in un locale Vip con ostriche e champagne, qualcuno più lungimirante ha combattuto con le carte bollate per ottenere dal demanio uno spazio esterno per poter bere un buon vino locale godendo del tramonto sul mare.
Per farla corta ora mi trovo questo chiosco con una decina di tavolini coperti da grandi ombrelloni che oltre a regalare l'ombra proteggono dagli improvvisi acquazzoni estivi.

Chiuso solo al lunedì, e neppure sempre, obiettivo del business plan è fare almeno cento giorni di buoni incassi da maggio a fine settembre.
Il merito che mi prendo è di aver aperto la porta ad una nuova clientela senza perdere i fedelissimi, e aver reso il Fiasco anche un luogo di visita turistica sfruttando internet e i social network.

La giornata tipo è sempre simile: la prima metà mattina è dedicata alla preparazione del locale, posizionare i tavoli e le sedie sempre a favore di sole, preparare gli stuzzichini e un controllo delle scorte nei frighi e del minuscolo magazzino.
Lavori di fatica interrotti da qualche ordinazione di un veloce caffè, poi al vicinarsi dell'ora di pranzo i prosecchi, vino e acciughe, cavalli di battaglia del Fiasco.

Sistemando le ultime sedie e le ambitissime sdraio vintage, noto due anziani che si avvicinano all'ultimo tavolo, quello più vicino al mare.
Solitamente detesto i clienti che con tutti i posti liberi scelgono proprio quello più lontano ma in questo caso, e non so per quale motivo, i due vecchi mi fanno tenerezza e simpatia.
Hanno facce strane che non riesco ad inquadrare, solitamente sono fisionomista, ma con loro è diverso mi basta andare a prendere i due malvasia che mi hanno chiesto per dimenticarne i connotati.
Torno al loro tavolo con i bicchieri pieni, il locale è vuoto, in maniera del tutto istintiva mi siedo con i due vecchi e in silenzio li scruto, non sorridono ma hanno visi rilassati, non sono per nulla sorpresi dalla mia improvvisa compagnia, anzi.
Uno mi ricorda Hemingway nella famosa foto con la dolcevita, l'altro ha un viso lungo e gli occhi lucidi, un baffo folto su una barba rasa e un consunto cappellino in testa.
Hemingway dice di chiamarsi Tonio, precisa che non è un diminutivo ma il suo nome di battesimo, l'altro Salvo, ma chissà perché tutti lo chiamano Lauro.
Tonio è più loquace, ma sono parole vuote, di circostanza; Salvo è arrampicato al suo bastone e sembra distaccato dal discorso, tutti e due sorseggiano il bicchiere con una certa esperienza.
Entrambi hanno un cane accucciato sotto la sedia, Fido per Lauro e Buch per Tonio.
Mi destano una curiosità morbosa, ma da loro ottengo poco, li vedo emozionati e taciturni, sono sicuro che hanno molte cose da dirmi ma percepisco reticenza.
Salvo Lauro mi dice che lui era un manovale, ma anche un contadino ha avuto una moglie ed ha tre figli, Tonio aveva una bottega ma sul lavoro preferisce glissare e anche sulla vita privata, si capisce che è stato sposato più di una volta e a me parla solo del suo primo figlio, che ultimamente ha visto poco e solo alla domenica mattina.

I bicchieri vuoti al tavolo non sono pochi, ma ne ordinano altri due, ripongo nel vassoio i "morti"per depositarli in lavastoviglie. 
Oggi mattinata magra, faccio una bozza di conto per i miei amici, decido per un forte sconto e porto gli ultimi due bicchieri, ma le sedie sono vuote, dò una passata di straccio. Tutto sommato è stato bello conoscerli anche se per poco.



venerdì 24 giugno 2016

Al bar



Quanto costa un caffè?
Per lei cinque euro.
Allora fallo per qualcun altro.

Ernesto, arzillo pensionato di banca, ogni giorno venti minuti dopo l'apertura, entra in bar e senza salutare mi fa sempre la stessa domanda, io mi faccio trovare pronto e rispondo di conseguenza, il siparietto si chiude con la sua saggia, ironica e spiritosa chiosa e un po' di spiccioli "per un gelato alla tua bimba".

Le mie giornate iniziano sempre così indipendentemente se fuori fa freddo o caldo, se la luce estiva ha già illuminato il giorno o se il gelido buio non dà tregua.
Poi le mani e la mente devono volare, tra capuccini ed espressi, brioches e la novità dei cestini alla frutta con la gelatina. Le prime due ore lavoro da solo, solo dopo arriva Cristina, ormai solo Cris per tutti i clienti del bar.

Dopo Ernesto, il ritmo è sempre lo stesso: i dipendenti delle attività vicine, alcuni studenti, e poi la truppa di mamme casalinghe che hanno consegnato i pargoli alle maestre e ora vengono a sviscerare di cucina, politica e cronaca rosa.

Tutti occupano sempre la stessa sedia e lo stesso tavolo e quando qualche cliente occasionale, quindi ignaro, arriva prima e si prende un posto scombinando le carte vedi scene di disagio, occhiatacce, febbrili attese.
Il forestiero se ne rende conto, velocizza la colazione paga ed esce, da lì parte un domino finché tutti sono finalmente alla loro postazione e l'inizio della giornata è preservato.

Il plotone di mamme è spesso coadiuvato dalla compagnia delle vedove, e anche da qualche battitore libero che spesso si aggrega per lo spietato radiogossip.
Nessuno ma proprio nessuno la passa liscia, da Mauro il calzolaio e le sue chiacchierate pratiche sessuali con la moglie in una camera da letto sempre troppo affollata, a Nosferatu il principe delle tenebre, un uomo di una quarantina d'anni di cui si sa poco allora si cerca di immaginare; l'aspetto è obiettivamente inquietante, pochi capelli sparati a caso, un mento esageratamente sporgente, occhi di un azzurro intenso e sempre spalancati, e la faccia sempre paonazza.
Vestito elegante casual, principalmente con pantaloni e giacca marroni, e sempre ai piedi delle vecchie ed usurate clarks.
Le indagini su di lui hanno dato pochissime informazioni, sembra sia un intellettuale belga, sposato con una del posto, sicuramente ha un bambino piccolo perché sulla bicicletta è posizionato un seggiolino.
È brutto, molto brutto, ma questo alone di mistero desta interesse alle megere, e le frasi più inflazionate sono: "non è bello ma è interessante" oppure la classica "è un tipo", fosse il dirimpettaio il giudizio sarebbe impietoso.

Intanto è arrivata Cris, che porta sempre allegria, saluta tutti e si ferma solo un attimo per un abbraccio ad Ernesto che intanto ha finito la lettura attenta e scrupolosa di almeno due quotidiani, ed ora butta in maniera superficiale l'occhio sulla gazzetta sportiva, prima il dovere poi il piacere.
È praticamente pronto il cambio della guardia, studenti e pettegole lasciano il posto ad impiegati ed operai, i croissant ai panini caldi, tramezzini ed insalate, il caffè a qualche birretta e ad un esercito di bottigliette d'acqua minerale.
La pausa pranzo è anche il momento dei saluti di Ernesto, che a mezzogiorno non rinuncia alla zuppa di verdure che nessuno fa come dice lui, facendo sciogliere le croste di grana e lasciando gli ortaggi a pezzettoni perché "a mangiare con la cannuccia ci penserò all'ospizio". Finita la zuppa tornerà per l'aperitivo serale.

Il pranzo ha solitamente tre cambi tavola, tempi veloci, intensi, il tutto si svolge in massimo un ora e mezza. Nel momento del conto alla cassa, Cris butta le vecchie tovagliette di carta e ne mette di nuove con tanto di sacchetto con le posate, questo lavoro lei lo chiama shift forse a memoria delle sue giovanili esperienze stagionali all'estero.
Ancora un paio di caffè per chiudere il pranzo, poi un po' di pace dove con Cris pianifichiamo i menù, riordiniamo il piccolo magazzino, rimpolpiamo i frighi e gli scaffali (lei dice refill, forse a memoria...).
La lascio dietro al bancone e vado in quello che i miei amici chiamano il giardino, niente altro che il marciapiede dove ho potuto sistemare una mensola per appoggiare i bicchieri, due tavoli di quelli alti abbinati a quattro sgabelli e una fioriera, fumo la mia unica sigaretta della giornata.
Cris vende un po' di gelati ai bambini, quelli che io continuo a chiamare ricoperti ma ora sono magnum, e poi prepara il solito latte e menta che ho visto bere solo a mia sorella e a Regina detta la talpa per i suoi spessi occhiali, proprietaria di metà degli appartamenti e dei locali della zona.
"Ciao Queen, solito green milk?" Forse a memoria...

Poco prima dell'ora dell'aperitivo, Cris parte in quarta, è il suo momento, io nonostante sia il titolare, sono un gregario.
Riempie di arachidi dei grandi vasi agli estremi del bancone, mette in bella vista i vini frizzanti, l'aperol e delle birre pregiate, taglia i tramezzini, le pizzette e i panini, riempie ciotole di patatine.
Come sempre nego a Cris di fare l'happy hour, forse a memoria...

Torna Ernesto, che alterna giornalmente l'alcolico e l'analcolico, arrivano molti miei amici che hanno lasciato l'ufficio e slacciato la cravatta, Cris è un animale da aperitivo, parla con tutti, mescola vini e liquori, incassa e ringrazia, spesso ho la sensazione di intralciarla.
Approfitto per oltrepassare il banco, mi occupo di recuperare i bicchieri e intanto faccio pubbliche relazioni, offro stuzzichini e prendo gli ordini: praticamente chiacchiero con gli amici.

Chi va a cena, chi a calcetto o in palestra.
Io, Cris ed Ernesto beviamo assieme una bibita e finiamo gli stuzzichini, sistemiamo le sedie e i tavoli, mentre Cris passa lo straccio sul pavimento. Ernesto insiste per pagare l'aperitivo ma la mano che ci dà è più che sufficiente.

Serranda chiusa, pronti per il telegiornale, Cris ci saluta "see you tomorrow", forse a memoria...io ed Ernesto andiamo verso casa sua, mi concede di parcheggiare la macchina nel suo cortile condominiale, stretta di mano e solito scambio "a domani ragioniere" "fa il bravo, barman".

Nonostante sia primavera, la mattina è fresca, il posto macchina di Ernesto è occupato dalla piccola utilitaria della figlia che vive in un paese ad ottanta chilometri e non si vede mai, fortunatamente non distante dal bar trovo un posto non a pagamento.
Entro in bar, accendo la macchina del caffè e lo scaldavivande, aspetto il fattorino del fornaio, sono passati i solito venti minuti, ma di Ernesto non c'è traccia.
Dopo poco entra la figlia, non ci conosciamo, è visibilmente provata, singhiozzando mi ordina un caffè, lo preparo. Beve, paga e se ne va.
Chiudo la cassa e la porta, riabbasso la serranda, mando un messaggio a Cris che sta ancora dormendo, le comunico che per due giorni il bar è chiuso per lutto e che la richiamerò per spiegarle meglio, non faccio in tempo a mettere il telefono in tasca che gli squilli dilaniano il silenzio di quella mattina ancora giovane.
"OMG! What's happened?"
Forse a memoria...

lunedì 30 maggio 2016

Parentesi cestistica con Denzell Washington


Questo sarà probabilmente un articolo contorto e slegato, inutilmente prolisso e spesso fuori tema, ma può succedere quando leggi o vieni a sapere qualcosa che in te scatena pensieri che ti sembrano collegati in maniera forse troppo semplice; allora arrivi a casa e provi a spiegare la tua elementare logica a tua moglie che però non ha le tue stesse esperienze e priorità e ti guarda con la faccia stralunata e preoccupata, ti prepara una camomilla, ti mette la copertina sulle ginocchia e ti cerca di convincere a vedere un film con Denzell Washington.
Poi, lei, matematica al servizio della psicologia, che entra nei meandri del cervello per ottenere poi una semplice equazione alfanumerica magari anche ti ascolta per deformazione e interesse professionale ma poi grippa, e ripone tutto nella speranza e nella provvidenza quando inizi a parlarle di Gianmarco Pozzecco, Manuel Olivo, Nicolas Laprovittola, Leo Westermann, Stefano Tonut e Michi Ruzzier.
Gli amanti della palla alla spicchi conoscono quasi sicuramente cinque di questi sei nomi, chi invece è di Trieste e ha superato almeno gli otto lustri conosce tutti quanti.
Per completezza sono sei esterni, cinque playmaker.
Ma in questo pezzo sono solo dei pretesti per elaborare il mio intricato pensiero.
Iniziando da Gianmarco Pozzecco, voglio premettere che io non sono un tifoso del Poz, ma un fanatico, e proprio per questo carpirete cosa penso di Olivo.
Chi è Olivo? Un play triestino scuola Don Bosco (altri passati di la'? Attruia, Scabini, Lokar, Pecile per citare a memoria chi ha fatto la A) coetaneo del Poz.
Strutturando una proporzione matematica si potrebbe serenamente dire: Poz sta (strameritatamente) alla Nazionale e alla summer league NBA come Manuel Olivo sta ad una soddisfacente e remunerata carriera di serie A.
Non so cosa abbia negato ad Olivo di diventare un giocatore professionista, ma credo di poter dire che in quegli anni Trieste ha perso un'occasione di crescere una stella di casa, come purtroppo tante altre.
Ecco: forse è questo il succo di queste righe le occasioni perse, la scarsa lungimiranza, la poca fiducia del profeta in patria.
Sia chiaro io ora scrivo di Trieste perché è la realtà che meglio conosco ma mi immagino che in qualsiasi città dove il basket è culto tanti propongono lo stesso ragionamento.
Anzi posso allargare il mio pensiero a latitudini diverse  e qui entrano in gioco le letture scatenanti che vi accennavo a inizio pezzo a anche gli altri due play che ho nominato: Laprovittola e Westermann.
Un argentino ed un francese.
Si parla di nazioni che appartengono all'elite mondiale della palla a spicchi ma onestamente non mi sento di definirle due scuole di basket. 
Anche i due giocatori sono probabilmente due professionisti esemplari e tecnicamente validissimi ma è possibile che le due maggiori squadre della Lituania, culla del krepsinis, Lietuvos Rytas per il gaucho e Zalgiris per il galletto, negli ultimi due anni affidino alla regia a loro?

Ho sempre pensato presuntuosamente di essere competente ma ho applicato l'autocritica accettando di essere un romantico quindi con valutazioni più figlie del cuore di tifoso che dell'occhio del tecnico. 
Poi però dei ragazzini che sono passati per casa mia hanno ribaltato tutto e mi hanno fatto capire definitivamente che Nemo può essere profeta in patria e che è possibile sfondare definitivamente in un mondo dove preferiamo l'esotico, o forse è solo ostaggio dell'inciucio tra società, procuratori e affini.
Concludo quindi con i complimenti a Stefano Tonut e con la considerazione che Michi Ruzzier in qualche frangente qualcosa di meglio di Green avrebbe potuto fare, nel pur ottimo play off della Reyer.
Senza polemica, con convinzione e romanticismo, intanto hanno ferito Denzell Washington ma sta bene.

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