martedì 16 marzo 2021

La consulenza di Koen

 Nelle Fiandre allevano una razza equina particolare a me sconosciuta.

L’esemplare è tozzo, muscoloso e sfoggia sopra allo zoccolo una folta è lunga peluria.

Mi spiegano che sono dei cavalli che vengono portati nelle acque basse di fiumi e ruscelli con l’intento di incastrare tra il pelo delle caviglie i gamberi di fiume, crostaceo onnivoro dal carapace robusto, lungo in media dieci centimetri, particolarmente aggressivo nella protezione del territorio e nelle lotte per l’accoppiamento.


Il cavallo al sabato di Pasqua viene portato al centro sportivo della piccola frazione fiamminga addobbato con nastri dai colori istituzionali e la criniera viene raccolta in una elegante treccia, quindi esibito agli spettatori.


Alcuni anni fa proprio in periodo pasquale, passeggiavo senza meta tra la periferia e la campagna seguendo i canali col chiaro intento di rapire, non a scopo estorsivo, un agnello che si trova facilmente al pascolo libero.

Non è semplice però assicurarselo nonostante la totale assenza del pastore perché il cane da guardia fa il suo lavoro che è senz’altro facilitato dal mio terrore verso la specie canina, senza poi contare che anche la mamma pecora non è contenta di vedersi portar via la sua creatura nonostante io non abbia nessuna intenzione violenta nei confronti del cucciolo.

È palese però che, anche dato il periodo, qualsiasi tipo di spiegazione potrebbe venir non capita o almeno fraintesa, sia dal cane che dal genitore ferito.


Sta di fatto che la mia azione è dimostrativa e sincera, nessun tipo di ricatto verso il pastore, nessuna violenza fisica all’animale.

Semplicemente un ratto simbolico, per dimostrare alla mia vicina di casa che io in periodo tradizionalmente sacrificale ho salvato un agnello da fine cruenta certa, anche se non provata.


Lei, giovane, carina, idealista e vegana avrebbe sinceramente apprezzato il gesto di un uomo non più giovane che si batte per superare un’usanza antica, inutile quanto barbara, assicurandomi così ai suoi occhi un’ammirazione  e suscitare un interesse,che magari altri futuri gesti eclatanti, avrebbero potuto far diventare morboso.


Lei però dopo pochi giorni si è trasferita in una comune al nord della Francia.

Io per non rischiare lo sfratto, nè in casa nè nel giardino condominiale sono ammessi animali, ho messo l’agnello nel soggiorno al piano terra del suo appartamento sgombero, causandole una denuncia da parte del proprietario di casa, una dal pastore derubato e una per violenza su animali da parte dell’Enpa fiamminga notoriamente più severa della nostra.


Lei ha immediatamente accusato me, gesto goffo, data l’evidenza dei fatti.

Ho negato tutto e peggiorato la sua situazione, dichiarando che nella sua permanenza nello stabile si sono verificati casi di messe nere, atti satanici e orge, che agli occhi degli inquirenti giustificavano la presenza dell’animale in casa.


Si sa che i traslochi e i rapporti col vicinato non sono mai semplici, soprattutto poi all’estero quando hai una meno diretta comunicazione e devi gestire usi e costumi molto diversi.




Ps: rendo pubblica la storia solo ora perché sono scaduti i termini per poter intraprendere vie legali per capi d’accusa inerenti alla vicenda, come mi è stato spiegato dall’amico Koen, noto barbone del centro storico con uno scorpione tatuato sulla tempia, coinvolto in passato in un caso simile che lo portò a studiare la giurisprudenza fiamminga con profitto, tanto da lasciare l’università a esami completi, senza mai discutere la tesi.

lunedì 28 settembre 2020

Prime di campionato

 L’estate sta finendo cantavano i Righeira, canzone malinconica per molti, soprattutto per quegli umani rettili che possono stare ore sotto il sole, amanti della spiaggia, del cocco fresco, dell’odore dell’olio abbronzante e del rigenerante bagno marino.

Malinconico è anche il momento dell’atleta minors, imbolsito più del normale, che paga l’entusiasmo di inizio stagione dell’allenatore e si deve sorbire sedute di corsa, addominali e dorsali, fatti a caso per due settimane per poi prendere la palla in mano.

Sportivamente il più felice è il tifoso pronto a schierarsi nuovamente sul divano o sulla tribuna per seguire i nuovi e vecchi beniamini.

Ovviamente l’entusiasmo è vergine, anzi talvolta è anche pompato dagli addetti  ai lavori con le dichiarazioni di rito: “ho buone sensazioni” “grande disponibilità, per un progetto di crescita”.

Per me è così con la Triestina, la squadra di calcio, per cui sono veramente un tifoso cieco e sordo. Esulto per l’arrivo del bomber mai sentito prima perché non mi intendo di pallone, tantomeno quello di periferia, godo per il califfo che sceglie l’alabarda, sono carico per la risalita in categorie più importanti, programmo di tornare a Trieste in primavera per sfrecciare in piazza Unità con lo scooter dando fiato a trombe e clacson per festeggiare la promozione.

Poi al Rocco arriva il Matelica. Il Matelica.

Che con un goal manda al diavolo tutto il mio genuino entusiasmo, mi fa pensare che è tutto sbagliato, dimentico di non capire nulla di calcio, e penso sia normale  aver perso quando vedo che Mensah, uno dei miei preferiti, non ha messo piede in campo.

Vorrei mandare via tutti, e vedere una squadra di bambini e mestieranti, con poco piede e più polmone, perché alla fine quando sei ferito pensi al sacrificio come unica via d’uscita.

Magari metti in discussione anche chi muove i fili dimenticando che Milanese, factotum, è quello che sta dando dignità ad una Unione violentata da troppi, e che comunque andranno le cose della sua gestione meriterà un sempiterno ringraziamento.

Ma niente da fare la ferita rimane, il pessimismo ormai ti ha preso, il bigio cielo belga non è nulla in confronto della visione del tuo primo futuro di tifoso, infatti verso le diciassette poco dopo il triplice fischio di Valmaura, pochi metri più in là scende in campo la pallacanestro Trieste. 

Reduce da un sali scendi nella preseason, da una costante, stucchevole e inutile polemica tra tifosi pro e contro la guida tecnica, poi la bomba del caro prezzi dei pochi biglietti disponibili, la carente comunicazione societaria in un mondo dove tutto si deve sapere al minuto, e i normali dibattiti su “quel xe bon, quel xe ciodo” frutto dell’isterica passione per il mercato giocatori.

Personalmente qui soffro di più, perché ho la presunzione di sapere e di sapere molto.

Non sopporto nessun commento di chi non ho mai incontrato in una palestra, e questa mia presunzione è sfociata nello snobismo e nella delusione.

Delusione dai commenti che trovi sui social che mi hanno fatto capire che la leggenda del pubblico competente, del salotto di Chiarbola,eccetera, è appunto una leggenda, o forse che le cose sono cambiate, o, ed è quello che spero, che la parte più vivace sul PC è quella più cestisticamente ignorante.

Lo snobismo invece lo manifesto, commentando pochissimo, selezionando attentamente i post, le firme e gli argomenti.

Sta di fatto che con il Matelica in testa (il Matelica) mi appresto a vedere la partita con Cremona, squadra costruita in due minuti, dopo aver reperito quattro soldi per l’iscrizione, ma che in un giorno è riuscita ad assicurarsi Cournooh, Poeta e Mian che tutto sommato sono tre nomi italiani non così male da integrare alla solita lotteria degli stranieri.

L’inizio è da vietare la visione a qualsiasi bambino iscritto al minibasket, poi Trieste prende le misure e balla da sola, e chissà se il più trenta farà volare il tifoso cieco e sordo(come il sottoscritto con l’Unione)ai play off, o farà dire al contro Dalmasson :”...coi morti”, oppure si prenderanno con grande rispetto i due punti, la fiducia, e si valuterà a fine anno se la salvezza senza patemi, obiettivo societario dichiarato, sarà qualcosa di soddisfacente per tutti. 


Posso andare a dormire più sereno, ma degli amici mi chiamano per andare al pub a vedere Roma-Juve, di cui ricordo un ottima Fourchette, una bionda da sette gradi e mezzo, piacevolmente frizzante, servita forse troppo fredda.


Ps: merito un ringraziamento per non aver fatto nessun riferimento al covid.

venerdì 14 agosto 2020

Lettera ad un giovane istruttore di minibasket

Caro giovane istruttore di minibasket,

è già da un po’ che volevo scriverti ma la timidezza e la consapevolezza che nonostante la differenza di età io posso vantare esperienze in più ma sicuramente non formazione, mi hanno reso titubante.

Probabilmente sei un istruttore che ha avuto un corso più lungo e diversamente organizzato del mio e adesso stai aspirando, giustamente, a migliorare ulteriormente la tua posizione, la tua tessera e il tuo sapere.

Ti ammiro e ti fa onore.

Come spesso mi succede l’elemento scatenante a scrivere qualcosa, questa lettera per esempio, mi arriva dalle letture che mi colpiscono, quindi alla fine di questo inutile testo aggiungerò un paio di righe del libro che ho tra le mani in questo periodo.

Pur cercando di vivere più possibile l’ambiente, sono ormai molti anni che non “tengo” un corso minibasket, e mi sono riavvicinato solo ultimamente nella figura di genitore.

Una figlia di un istruttore/allenatore e di una ex giocatrice e per di più con sangue lituano triestino ha obiettivamente poche possibilità di non provare la spicchia. Lo dico con assoluta serenità, non dimostrando alcun interesse o talento.

Ebbene, caro ragazzo, ti scrivo non per parlarti del dai e vai, del music basket o dei giochi di potere, cose che nell’arco dei miei venticinque anni di minibasket ho sentito proporre sempre dalla stessa élite di persone, ma per farti capire che entusiasmo, lavoro sporco e rapporti, valgono di più di qualsiasi altra cosa, questi tre ingredienti devono essere sempre nella tua sacca magica, quella che abbiamo sempre appiccicata alla schiena.

Una volta che nella sacca hai questo, puoi aggiungere tutto quello che ti viene propinato, studialo, filtralo, rendilo tuo, e sorridi, ti consiglio di saperti vendere.

Ma nelle prossime righe io voglio parlarti solo del contenuto della sacca magica:

  • Entusiasmo: il primo giorno che non ti sentirai in forma per andare in palestra, vai in vacanza. Riposa il tuo fisico. La mente non staccherà mai, probabilmente manderai whatsapp al tuo collega “maestro” che ti ha rimpiazzato, per sapere le presenze e se Giovannino finalmente ha fatto il terzo tempo senza inciampare su quella bastarda linea bianca. Se non lo farai, se è la mente invece ad essere satura, allora fatti un esame di coscienza, forse è ora di cambiare focus.
  • Lavoro sporco: quello delle piccole palestre che tu devi far apparire migliori delle arene NBA, il tuo obiettivo è di finire l’allenamento con lo stesso aspetto dei mostri che alleni: stanco, soddisfatto, sudato. Ho usato di proposito nella stessa frase allenamento e alleni, non vergognarti a usare queste parole, i mocciosi non si impressionano, i bacchettoni forse si. Poi dopo la doccia, quando sei pettinato e pulito,  fuori dalla palestra probabilmente in un istituzionale sala federale allora spiega come è andata la...lezione. Non sarà sempre possibile, ma nemmeno necessario e utile, narrare una favola in palestra o chiamare le linea di fondo la tana dell’unicorno, a volte va benissimo dare alle cose il nome vero, ti ripeto il moccioso non è così impressionabile e riga di fondo non è una brutta parola e fare degli esercizi può essere anche estremamente divertente, talvolta meno noioso di una fiaba, soprattutto se tu abbini le prime due cose della sacca.
  • Rapporti: con i bambini e ragazzi, con i loro genitori, con le persone della tua società, con chi gravita intorno non solo al MB ma anche a tutti i livelli della nostra disciplina. Con i bimbi, il sorriso non può mai mancare, il rispetto dei ruoli neanche, le regole della palestra ancora meno. Da ragazzo stupido ma entusiasta giovane istruttore avevo un “nemico”, un vecchio maestro, che vedevo come superato, e che volevo battere sempre ma poche volte l’ho fatto. Una volta capitai, non so per quale motivo, al principio di un suo allenamento, alle 14 (!!). I bambini arrivavano alla spicciolata, uno entrava da una porta già pronto, uno dalla tribuna dove velocemente cambiava le scarpe, uno da una porta laterale, altri dallo spogliatoio. Lui, fermo, in piedi appoggiato al tavolo di metà campo. Ebbene tutti, correndo percorrevano la stessa traiettoria nella sua direzione, per salutare, battere il cinque e rispondere ad una veloce domanda, sulla scuola o famiglia o altri impegni. Rituale di ogni inizio allenamento. Questo piccolo e probabilmente insignificante episodio mi ha fatto conoscere meglio il mio “nemico” e mi ha arricchito molto. Quindi cerca dal nulla, dal particolare la tua Costituzione di palestra, discutila con i tuoi colleghi falla diventare disciplina societaria. Con i genitori il discorso è più complesso, e deve interessare molto al tuo dirigente, tu tieniti ad un rapporto cordiale, dove possibile limitando disamine tecniche, e usando sempre il buongiorno e buonasera al posto del ciao, e preferendo il lei dal tu. Con colleghi e collaboratori: se vi sentite liberi di dirvi qualsiasi cosa all’interno dello spogliatoio, e poi siete capaci di chiedervi scusa e riderci sopra, avete formato un gruppo super. 


Non ambire a fare il professionista, se ti capita valuta ma non farti legare le mani dal rimborso spese, un istruttore con le mani legate non può fare la superbomba, la schiacciata o “nascondere” la palla con un semplice ball handling, ma sii professionale, quello sempre.


Buon lavoro, buona ripresa.




Da “storia di un boxeur latino” di Gianni Minà:


 Ci educavano soprattutto con lo sport. Conoscevano le potenzialità formative di quel linguaggio. Sarà banale ripeterlo, ma lo sport ti addestra per davvero alla sconfitta e alla vittoria, alla lealtà e alla sfortuna, ti insegna insomma il rapporto tra allenamento e risultato, il riconoscimento e il rispetto del talento e il valore della volontà.


(...) sono sempre stato attratto dalle quinte più che dalla scena.


mercoledì 10 giugno 2020

Il postino

Porto la posta nella zona est della città, tranquillo, non tanto traffico e la linea gialla del tram che fa un servizio apprezzato da tutti i residenti, tranne da quelli della via principale, il Corso Garibaldi che se lo percorri tutto ti porta al centro.
Si lamentano che nel loro tratto la velocità è esagerata, ciò crea pericolo e scoraggia l’uso della bicicletta. 
Da utilizzatore di bicicletta per professione mi è stato chiesto più volte di firmare diverse petizioni da presentare all’azienda locale dei trasporti e al Comune per appunto regolarizzare la velocità del tram in quel tratto.
Devo dire che per una mia questione, diciamo così, organizzativa io non pedalo nel percorso “incriminato” perché preferisco parcheggiare la bici e camminare per quel dedalo di vie e viuzze scambiando anche qualche parola con le persone a cui consegno la posta.
In via dei millle, la via che poi si affaccia al tratto di viale Garibaldi ad alta velocità, abita il signor Germano Franco, uomo di una settantina di anni, piccolo, tarchiato con due braccia e due mani che sembrano due pagaie, sempre a testa bassa, scorbutico e spigoloso per usare eufemismi.
Non gli ho mai dovuto consegnare a mano qualcosa, sempre e solo cartoline o normali buste.
Con una certa agitazione, devo bussare allla sua porta sulla strada, la casa è praticamente appoggiata sul marciapiede, per consegnare una raccomandata.
Prima di farlo mi vengono in mente le leggende metropolitane attorno al Germano, che le megere di zona non lesinano a raccontare nel bar Marsala, o tra i vicoli. “Ha soffocato a mani nude un pit bull” “ha tentato di cementificare il suo capo cantiere che non avevo mantenuto determinate promesse economiche” “la casa dove vive l’ha ottenuta come indennizzo allo strozzo applicato al precedente proprietario”.
Con il cuore in gola, busso piano, poi vista la mancata risposta, più energeticamente.

“Fanculo”

Risposta concisa, ma chiara, per me quasi liberatoria, non mi andava di avere a che fare con quel tipo, compilo il cedolino e lo imbuco nella cassetta.
Quasi una volta a settimana però devo fare la stessa cosa, sia per il sollecito della raccomandata precedente, sia per nuova corrispondenza.
Talvolta vedendo la finestra aperta a ribalta ho cercato anche di farmi sentire “Buongiorno, posta, raccomandata”

“Fanculo”

Martedì mattina, all’inizio di Via dei Mille arrivo con quasi un’ora di ritardo dal solito orario per un problema al centro di smistamento.
Ordinando le lettere da imbucare in maniera cronologica rispetto al numero civico, incrocio il Germano, a cui non devo consegnare nulla, mi limito al saluto formale.

“Buongiorno”
“Fanculo”

Le casalinghe che battono il tappeto sulle finestre all’unisono, mi dicono altrettanto in coro di lasciar stare e che è fatto così, adesso andrà al bar per bere il caffè, non saluterà nessuno e non vorrà essere salutato, poi tornerà a casa, come sempre: con orari, vestiti e passo sempre uguali.

Il giorno dopo, puntuale il sollecito della prima raccomandata per il Germano, consegno tutta la posta e decido di rispettare i suoi orari.
Attendo circa mezz’ora all’angolo tra Corso Garibaldi e via dei Mille, preciso come un orologio svizzero esce da casa, respiro a fondo, e busta in mano gli vado in contro, quando siamo a due metri, con voce ferma dico: “signor Germano, una raccomandata per lei” gliela porgo in mano, “una firma qui”.
Preso alla sprovvista impugna la lettera, la stringe tra le dita e la lancia in aria, aumenta il passo fino a correre e mi urla:

“Fanculo”

In quel momento mentre, la sua corsa invade la carreggiata di Corso Garibaldi, con destinazione il Bar Marsala, posto proprio al ciglio opposto della strada passa il tram Giallo, a quella velocità tanto discussa dai residenti.

“Fanculo”.

mercoledì 20 maggio 2020

Quarantena cestistica

Era cestisticamente un buon momento, come coach minors si viaggiava serenamente in una seconda fase/play off senza particolari ambizioni, le ragazzine più giovani si ritagliavano spazi meritati sfruttando i buoni consigli delle zie più grandi, sempre ben disposte. Si programmava già qualche trasferta -gita estiva, grigliate di fine anno e quei poveri cristi di dirigenti tastavano il terreno per le conferme per l’annata sportiva seguente.

Da tifoso, la mia squadra del cuore sembrava in ripresa e le dirette concorrenti in difficoltà insomma si prospettava una salvezza possibile senza scosse importanti alle coronarie.

Poi la pandemia, un colpo di spugna forzato ma necessario agli sforzi economici ed agonistici, vittorie e sconfitte cancellate, situazioni in stand by.

Noi per fortuna sanissimi ma malati di basket, abbiamo approfittato per aggiornarci on line, per scambiare anche solo un saluto con i nostri compagni di squadra o colleghi.
Personalmente ho visto un numero esagerato di partite degli ultimi quarant’anni , ho sentito alcuni coaches professionisti che hanno messo a disposizione la loro esperienza in ben organizzati incontri on line e ovviamente ho seguito la serie dedicata allo smisurato ego del venerabile 23.

Apro e chiudo la parentesi “The last dance” dicendo che ovviamente è stato piacevole rivedere una storia ampiamente conosciuta, con sfumature a me ignote, riprese mai viste e facce e corpi imbolsiti di quelli che un po’ di tempo fa sembravano divinità greche.
Non mi ha sorpreso il leit motiv degli episodi, cioè la competitività e l’ego di MJ.
Mi ha profondamente deluso il massacro a Jerry Krause, come se a gestire in maniera oculata e programmatica il club, il mettere davanti a tutto l’organizzazione fosse uno sgarro a sua maestà e al suo scudiero in particolare.
A proposito di organizzazione, Mr. Jordan how is Charlotte doing?

Alla fine devo dire che nonostante gli anni passati e i cambi di linguaggi comunicativi, non ho trovato una differenza così evidente con le vecchie vhs stile “Back to Back” dei Lakers, la mia favorita.

Non serviva aspettare il lunedì di netflix per connettersi sugli account FIBA o Eurolega e scegliersi qualche partita.
A memoria: due tre dell’Olimpia di Peterson-Casalini, Zalgiris-Pana del 2003, Lituania-Jugoslavia con un epico confronto Djordjevic-Marciulionis, URSS-USA ai mondiali in Canada del 1994 (a proposito Walter Fuochi su Repubblica scriveva: Non ci sarà l' Italia, in Canada; né una tv italiana, della nostra repubblica fondata sull' audience, fra i 133 paesi e il miliardo e mezzo di persone che seguiranno il torneo) e forse la più recente: un Belgio-USA dell’ultimo mondiale donne, se avete pregiudizi sul femminile, guardatela, vi cancellerà qualsiasi dubbio, gara bellissima.

La parte più bella era tediare con le mie impressioni l’avvocato Pesce, brillante istruttore MB e giovanile, con diverse competenze date da una solida preparazione ed una cultura sportiva e generale da mai giovane, quale in effetti è.
Ho un’assoluta stima per quelli mai stati giovani.
Trovo soddisfazione a parlare con l’avvocato Pesce perché spesso abbiamo idee simili ma non uguali, ma una sua imbeccata arricchisce la mia opinione.

Stavolta però non ci siamo, e lui lo saprà da queste righe.

L’avvocato tende a smontare chi sostiene che una volta si giocava meglio, dicendo che ci sono spazi, velocità, corpi troppi diversi per un confronto sano.
Sono d’accordo con riserva.
La riserva è motivata dai cambiamenti del regolamento in primis.
In base alle partite che ho visto credo che i cambi epocali siano fondamentalmente tre, due di assoluta rilevanza, uno meno invasivo nelle situazioni di gioco.
Il tiro da tre punti, il passaggio da 30” a 24” e la divisione in quarti dei quaranta minuti.
Nelle partite precedenti al 1984, ossia all’entrata della linea dei 6.25, si vedevano degli arieti che o trovando un pertugio o sfondando un muro cercavano una soluzione da più vicino possibile o uno scarico interno, nonostante la severità della regola dei tre secondi in area fosse completamente diversa da ora.
I tiri da lontano erano da massimo cinque metri.

Poi vent’anni dopo, il cambiamento del tempo di possesso palla e di attraversamento della metà campo ha dato via a difese più lunghe, (prima era una scelta tattica ben definita)e attacchi più veloci, transizioni più organizzate.

Quindi, credo che nell’evoluzione del gioco, il regolamento ha avuto molta importanza.
Meno decisivo sul gioco, di più sulle scelte del coach, il passaggio da due tempi a quattro quarti.

A parità di situazioni cioè con i due (e mezzo) cambi di precettistica (precettistica, ti piace avv. Pesce?) metabolizzati non vedo distanze così abissali, per essere più chiaro: dai primi anni duemila ad oggi non vedo miglioramenti tali da dire quel giocatore “stella” vent’anni fa oggi farebbe fatica.
Magari è solo nostalgia dei miei venticinque anni e di quelli di Andrea Meneghin o Gianluca Basile, oppure sono solo gli effetti su di me della noia della quarantena.

Avvocato Pesce, non credo di averti convinto, ma sono disposto a discuterne in un chiringuito a Roseto, Trieste o chissà dove, sappi però che a un certo punto potrò meschinamente ordinare al barista e mandarti a pagare e prendere bicchieri, con boria ti guarderò negli occhi, capirai lo sfregio, non potrai dire nulla, solo per l’osservanza di un’aleatoria ma rispettata anzianità e gerarchia.









martedì 14 agosto 2018

Il Mio Avvocato



Ci sono due esclamazioni non così comuni nella normale conversazione che però sono diventate ormai lessico quotidiano, sarà per il loro utilizzo nei film o per la loro forza.
Penso a : lei non sa chi sono io!
                 Avrà presto notizie del mio avvocato!

Sul lei non sa chi sono io, si sa, lo chi lo dice viene marcato di presunzione, ignoranza, aggressività.
Ma magari con qualche giustificazione in più, personalmente, anche in "avrà presto notizie del mio avvocato" vedo un cocktail di aggressività e minaccia, perché insomma, una persona della strada pur con la coscienza pulita comunque un minimo di apprensione verso la toga la prova.

Ma non è di questo che voglio parlare.
A me di questa frase colpisce che qualcuno oltre ad avere il bar di riferimento per la colazione, il medico di famiglia, il meccanico di fiducia, ha anche un avvocato.
Quindi a quarant'anni suonati ho deciso di rivolgermi ad un legale, non per un impellente incarico ma per poter anch'io sfoggiare un professionista e magari anche il suo bigliettino da visita, credo sia gratuito.

Mi sono rivolto al dottor Giovanni Mio, ho telefonato allo studio, ho fissato un appuntamento interlocutorio con la gentilissima segretaria.

Ho capito quasi subito di non essere ancora pronto a questa scelta, appena entrato nell'anticamera dello studio. Ho stretto la mano alla segretaria: piacere!
Sorridendo la gentile signorina: "Piacere mio"o piacere Mio?
Nella mia testa grande confusione, la segretaria è la moglie, la sorella, volendo la cugina o la zia o è solo ben educata?
A me questi ambienti fatti di radica scura, parquet scricchiolante, divani di fantozziana pelle umana dipinta di verde mettono soggezione.

Dopo esser stato annunciato, entro nell'ufficio dell'avvocato.
Bungiorno Bassi, si accomodi.
Con piacere, grazie.
Piacere Mio.
Si so chi è lei.
Intendevo piacere mio.
Mi scusi.

Superati imbarazzanti convenevoli, spiego all'avvocato la mia intenzione ad avere un legale di riferimento, non per un'impellente esigenza, ma per una sicurezza in più.
Gentilissimo, mi chiede i miei dati per inserirli nei suoi contatti, così sarò aggiornato sulle attività dello studio tramite la sua newsletter.
Soddisfatto esco dallo studio del mio avvocato, avvocato Mio.



venerdì 10 agosto 2018

IL LEONE E IL SOLE

Grintopoli è una bella città molto tranquilla, con tanti parchi, e c'è sempre il sole.
Molta gente si rifugia sotto gli alberi quando fa caldo, altri corrono per mantenersi in forma, a Grintopoli sono veramente in tanti impegnati nello sport.
Quasi tutti i bambini dopo aver fatto i compiti corrono nei campi di calcio, di basket, alla piscina insomma ovunque si possano fare partite, gare o anche semplicemente divertirsi assieme dando il proprio massimo.
 È così anche per Bimba S, a lei piace tutto, corre e si diverte, suda e sorride, salta e si sporca e poi si lamenta sempre quando la mamma la costringe a fare la doccia.

A Grintopoli però un giorno venne un signore molto serio che non sorrideva mai e impedì a Bimba S e qualche altro bambino di giocare liberamente, potevano farlo solo in un posto, non con tutti i giochi che volevano, e solo in certi orari e poi tolse anche il sole.
Bimba S non era felice di queste regole nuove, ma le seguì senza discutere, a volte chiedeva alla mamma e al papà il perché di questo cambio e le rispondevano che in questo momento e per un po' di tempo bisognerà fare altre cose importanti ma noiose, qualche volta fastidiose, solo dopo il signore serio se ne andrà.
La mamma e il papà dissero anche a Bimba S che tutti i parenti, gli amici, dovevano tirare fuori il leone che c'è dentro di noi, il leone coraggioso e forte, quello che con un ruggito e mostrando i denti fa scappare tutti, anche il signore serio.

Bimba S non capì subito cosa voleva dire "il leone che c'è dentro di noi" e l'idea di un grande leone dentro la sua piccola pancia la faceva ridere molto, allora, lei che ama gli animali, si vedeva piuttosto a cavallo di quel leone coraggioso.
Ma quel Re della foresta era un po' strano perché non aveva il muso di un grande gatto, ma un minuto aveva la faccia di mamma, poi di papà poi dei suoi fratelli, dei suoi amici, dei suoi parenti.
E Bimba S a cavallo del leone dalle mille facce iniziò a correre, a volte lo fermava un po' per farlo riposare, per poi riprendere più decisi e determinati.
Bimba S aveva un piano. Pensò: facendo un po' di strada sul mio leone, posso arrivare dove c'è il sole e riportarlo a Grintopoli, sono sicura che il signore serio non ama il sole  e appena lo vede, scappa.

Fu così che lei con il leone dalle mille facce iniziò a correre, una corsa lunga e dura, più di una maratona, accontentandosi dei giochi che il signore serio le concedeva.
Ma Bimba S voleva il sole, perché era sicura che solo il sole poteva portare la normalità a Grintopoli, per poter così far riposare anche il suo amico leone.

giovedì 7 settembre 2017

Portico dei Saggi 47

Questo portico è veramente il top, la corrente è mitigata dal colonnato, i muri di cemento armato sono ancora giovani ed asciutti, l'unico disagio: questa servitù di passaggio che gli inquilini del civico quarantasette si sono presi, ma si sa che con i vicini i rapporti sono sempre difficili.
La grande borsa di carta del megastore che vende magliette e jeans a poco prezzo è perfetta per contenere il sacco a pelo ormai liso e consunto, le solite buste del supermercato sono adatte per tutto il resto. 
La feritoia tra cassetta della posta e il muro va bene per infilare i cartoni che rimanendo lì mi segnano anche il posto.
Durante il giorno la raccolta dei barattoli da portare poi al riciclo non è andata così bene, in compenso ho trovato delle bottiglie di birra vuote, in questa città i supermercati ti rendono dei centesimi ad ogni vuoto. 
Alla sera poi il titolare della birreria in piazza è stato generoso, e dopo avergli raccolto anche l'ultima sedia mi ha sganciato dieci euro.
Domani farò una spesa quasi completa con qualche frutto, pane e del formaggio, e magari qualche cent rimane ancora. Senza contare che mi avanzeranno ulteriori sacchetti.
La nobiltà tra di noi si misura in sacchetti, pochissimi eletti possono sfoggiare il carrettino con le ruote, ambizione di tutti risorsa di pochi.




lunedì 4 settembre 2017

ULTIMO BRINDISI

La verità, caro mio, è che tutto finisce: finisce una partita di calcio, un campionato ma finirà anche il calcio prima o poi. Tu che passi un sacco di tempo su Facebook devi sapere che anche quello terminerà. 
Ci sarà l'ultima edizione del festival di Sanremo. 
Rispettabili carriere lavorative inevitabilmente si chiuderanno. Già ora finiscono matrimoni, serie televisive, ahimè anche tradizioni e usi comuni che non abbiamo saputo tramandare finiscono nel dimenticatoio fino al definitivo oblio. 
Non ci saranno più i dialetti, solo delle flessioni e accenti diversi, nuove tecnologie spazzeranno via quello che di più moderno abbiamo adesso, perché tutto passa e tutto finisce.
Si consuma la sigaretta del più accanito fumatore.
È stata fortunatamente abolita la schiavitu' e magari in futuro succederà stessa sorte alla guerra, prima però dovranno finire gli interessi politici ed economici che i conflitti portano. 
Un banale "ci sentiamo presto" chiude anche una telefonata che aspettavi da tanto e che è durata forse cinque minuti. Ogni quattro o al massimo otto anni si conclude una presidenza americana ogni sette succede lo stesso da noi.
Una gara di velocità a piedi o a motore per essere spettacolare deve concludersi rapidamente. La licenza elementare, quella media, il diploma, la laurea,la liquidazione, la pensione sono traguardi finali che indicano un percorso completato.
Arrivi sempre all'ultima pagina se prima di dormire sei abituato a leggere un libro, e al mattino quando squilla la sveglia avrai finito il tuo sonno.
Puoi schiacciarlo, strizzarlo, avvolgerlo intorno ad un lapis ma è inevitabile: il tuo tubetto di dentifricio si esaurirà.
La spia arancione della tua utilitaria o del tuo scooter ti segnala che stai utilizzando le ultime gocce di carburante poi ti fermerai inevitabilmente."

Il giovane ascoltatore sfruttò quel momento di silenzio per versare del vino nei calici vuoti.

"Ultimo bicchiere poi me ne vado. 
Vedi, caro mio, anche i nostri calici ora sono pieni, adesso li alziamo, li incrociamo e poi bagneremo le nostre gole.
Tu giovane ed ingordo in pochi sorsi finirai il vino, io grazie alla mia esperienza saprò gustarmelo meglio, comunque sia in pochi minuti i nostri bicchieri saranno nuovamente vuoti"

Il vecchio appoggia il bicchiere fa un discreto cenno di saluto e si incammina con la postura ufficiale: le mani incrociate dietro la schiena e la schiena leggermente curva.
Il ragazzo raccoglie i due calici e li riconsegna all'oste, si gira per raggiungere il suo anziano amico che però è già sparito, si rende conto che quello appena riconsegnato è l'ultimo bicchiere bevuto assieme.

venerdì 9 giugno 2017

Angolo basket: che finale sia!

Ho atteso l'approdo in finale play off dell'Alma Trieste per dare una mia opinione per più motivi, il primo sicuramente perché il conseguimento dell'atto conclusivo è già di per se un prestigioso traguardo, infatti vincere una finale è qualcosa di magico e memorabile ma esserci è il frutto del lavoro, e giocarla ti forma come professionista.
Il secondo motivo, e lo dico con l'enorme soddisfazione di aver sbagliato, perché vedevo la Fortitudo uno scoglio veramente difficile da superare.
Dan Peterson è famoso per i suoi pronostici sbagliati figuriamoci se non posso sbagliare io.
Le motivazioni erano legate al fatto che la F veniva da una serie energetica contro Treviso mentre Trieste dopo aver fatto fatica con una solidissima Treviglio non mi era piaciuta nella serie con Tortona, squadra a mio modo di vedere arrivata a maggio con la spia della riserva accesa e con manifesti limiti tecnici.
Poi il fattore Matteo Boniciolli, che sapientemente da coach esperto ed estremamente capace, ha saputo attirare su di lui tutta la pressione, e con la sua solita chiarezza esplicita e non filtrata ha caricato l'ambiente, rimanendo dal mio punto di vista sempre nei limiti.
Ricordate voi nella serie una conferenza stampa con una dichiarazione di un giocatore bolognese degne di nota? A me oltre la lungimiranza della tensostruttura per la finale-derby da parte di un dirigente in un delirio orgasmico non controllato, non vengono in mente parole degne di nota se non quelle del coach.

Dal mio punto di vista i meriti di Trieste sono nettamente superiori ai demeriti di Bologna ma volendo regalare appunti da sviscerare al Bar Sport mi sembra che la Fortitudo sia stata tradita da quei guerrieri che hanno sempre garantito gioco duro, nascosto ma utilissimo e la mancanza di continuità del reparto piccoli, forse la qualità di Coronica e soci hanno alzato l'asticella tanto da rendere vani gli sforzi felsinei.

Ora l'altra Bologna, con la solita incognita della differenza di riposo.
Sarà pro Virtus aver chiuso la semifinale prima o magari i bianconeri dovranno cercare  quel ritmo partita che Trieste ha allenato fino a praticamente oggi?
Poi il solito fattore campo. Si dice che ai play off salta tutto e la lotta scudetto ne è testimone, ma che l'Almarena sia un fortino è un dato di fatto, e che ci sia una predisposizione all'impresa da parte degli alabardati lo è pure.
Poi una nota di colore che è via di mezzo tra la statistica e la gufata ossia la maledizione della Coppa Italia, chi la vince non viene promosso.

Godiamocela.



giovedì 16 febbraio 2017

Il Ballo Degli Studenti 2026



È arrivato il momento.
Prima maledetto, poi mal digerito fino a metabolizzarlo; è come quando dici "ho aspettato tanto questo istante" che non vuol sempre dire che hai atteso qualcosa di bello. 
Pensa ad esempio ad un appuntamento per una radiografia nella sanità pubblica, aspetti quel momento per molto, troppo, tempo ma nella fatidica data non ti emozioni particolarmente, non esulti. 
O come quando dici "ti amo troppo" sembra bello ma non è un gran segnale; mai fidarsi del troppo. A Natale quando sei spiaggiato sul divano dopo il panettone, e hai dei movimenti interni al tuo stomaco incontrollabili dici, magari anche con momentanea soddisfazione, "ho mangiato troppo". Sai che i tuoi minuti di veglia sono prossimi alle dita di una mano, ma non potrai schiacciare un meritato pisolino prima che il pranzo si riproponga in nausea e rutti imbarazzanti, perché tua sorella che non sai dove trova energia aizzerà i bambini per la fottuta tombola che detesti con tutte le forze, ma "i bambini aspettano tanto questo momento" dirà lei. Carogna.
Quindi, in generale, diffido nell' "aspettare tanto questo istante" e nel "troppo".

Sta di fatto che in questa mia seconda patria usano scimmiottare gli yankee e a primavera inoltrata, prima della preparazione agli esami dei liceali in dirittura d'arrivo, organizzano il Gran Ballo Degli Studenti, maiuscole ironiche.
Nelle ultime settimane sono l'unico a casa che ha mantenuto la normale razionalità che regna solitamente tra di noi. Mia moglie, gran donna, dotata di intelligenza superiore alla media da due settimane ha il cervello nella gelatina, oscilla,reagisce ma resta fermo, a questo maledetto sabato ventiquattro maggio 2026.
Lei, la mia BAMBINA, davanti a me contiene il suo entusiasmo, resta la posata adolescente che in effetti è. 
Ma è da gennaio circa che non sta più nella pelle, da quando quel ceffo che ho visto passare anche a casa mia e che saluto distrattamente le ha chiesto se può accompagnarla al Gran Ballo (maiuscole ironiche).
Biondino insipido, costantemente con il casco da bicicletta in testa, vestito come un pirla, stampato un finto sorriso. Finto perché non può essere simpatico, dai modi educati sicuramente falsi, una volta mi ha detto che gioca a basket, sport che amo, pensa che sono nato ieri, fa il bravo...

Sappi biondino, anche se non ti ho quasi mai rivolto la parola, sei nei miei pensieri da prima che nascessi ed è proprio per questo che ho chiesto alla mia BAMBINA di invitarti ad una cena venerdì ventitre Maggio 2026.

Almeno venti-venticinque anni di mantecazione dell'evento ma solo sei mesi per preparare il tutto. Tutto è andato per il meglio, dal giorno: il venerdì, il nostro giorno preferito, la nostra sera preferita, al viaggio.
Nostro si, ignaro minorenne, perché da casa mia, dall'estremo nord est italiano, precisamente dall'aereoporto di Ronchi dei Legionari sono partiti gli amici di sempre, gli zii aquisiti della mia BAMBINA che condivideranno la cena.
Non ti devi preoccupare se hai la coscienza in ordine, sani principi e propositi, e una predisposizione al rispetto dell'anzianità. Ti dò anche un consiglio ascolta, obbedisci e parla poco.

Si apre la porta automatica degli arrivi vedo arrivare la mia squadra, Sandro detto Botro, con i suoi abiti da anziano, gli stessi di vent'anni fa, il cappello improponibile oggi è una specie di coppola grigia, un bagaglio a mano costituito da una specie di borsa da medico in pelle chiara.
Nino invece è quello più facile da individuare la sua piccola testa glabra sui suoi due metri spicca dalla folla di viaggiatori, sobrio nei suoi jeans, camicia e maglioncino di cotone, unico vezzo da sempre le scarpe: rigorosamente gialle, da giovane delle sneakers ora un mocassino che sembra fatto di panno.
Con gli occhi attaccati a chissà quale diavoleria tecnologica arriva anche Sergio, per tutti Neuro, sempre stato instabile nelle sue reazioni, tra i tre è il viaggiatore più sgamato, abituato dal suo lavoro e anche dai suoi molti interessi che lo portano in giro per il mondo. Neuro è l'unico che ha visto tutte le mie case in questi anni di migrazione.
Manca Pardo. Ma non mi sorprende, Gino detto il Pardo, ci ha ormai abituato ai suoi colpi di testa.
I tre mostri mi individuano e dopo un abbraccio, Nino precisa: "Pardo, non ha voluto prendere il nostro aereo, dice di aver trovato un biglietto più a basso costo che arriva ad un piccolo aereoporto non lontano, poi prende il treno, conta di essere presente a cena".
Colpo di genio del Pardo, tombola!

Saranno miei ospiti, è gente tosta e anche a cinquant'anni un materasso a terra può sembrare l'Hilton con gli amici giusti. 
Ma prima di andare a casa decidiamo di fare un primo briefing, ovviamente al pub, davanti ad una buona birra abbiamo sempre preso le decisioni migliori.
Tolti i saluti di rito e qualche borbottio, Sergio non ha mai alzato la testa al suo smartphone/palmare/chissà cos'è, ma stavolta lo fa per una buona causa: infatti appena seduti fa uscire dall'infernale oggetto una specie di sostegno che lo mantiene a circa quarantacinque gradi e dallo schermo appare Costa, il malato immaginario.
Costantino, Costa, le ha avute tutte: dal semplice mal di schiena, dei mancamenti improvvisi, all'emorroidi. Ricordo poi un'epistassi, una deviazione del setto nasale, senza dimenticare gli infortuni sportivi.
Sta di fatto che il Costa non è partito perché parole sue: soffre di baropatia, ossia la reazione dell'organismo alla variazione della pressione atmosferica, che ovviamente viene evidenziata al decollo e all'atterraggio.
Assieme alle birre e un po' di stuzzichini, alla connessione col Costa, arriva anche l'evocazione del capitano Paf, un'entità astratta sempre presente nelle occasioni più importanti, rispettata da tutti noi. Il capitano sarà presentato anche all'insulso aspirante cavaliere della mia BAMBINA, e sarà lui a farci capire se l'inetto giovane ha qualcosa dentro.

I miei soci nonostante il viaggio non denotano segni di stanchezza, incontriamo un po' di gente, facciamo un po' di turismo enogastronomico anche se al giovedì sera non si può dire che ci sia una vita così frenetica, ma tra noi ci bastiamo e poi abbiamo un sacco di cose da dirci.
Senza renderci conto ci troviamo alle tre del mattino al cospetto di uno svogliato barista al massimo trentenne che di questi quattro per lui "vecchi" accompagnati da uno schermo acceso farebbe volentieri a meno, decidiamo di lasciarlo andare a riposare e di proseguire a piedi verso casa sapendo già che nel tragitto ci sarà la birra della staffa. 
Camminando, salutiamo il Costa che sente un po' di bruciore agli occhi che gli provoca una parvenza di emicrania, causa: il troppo tempo davanti allo schermo. Mai fidarsi del troppo.
Vediamo in fondo alla via un'insegna, trovata la nostra meta finale, a nemmeno duecento metri da casa.

Quando stiamo per entrare sentiamo una frenata improvvisa dietro a noi, dal taxi bianco esce Pardo che prima di raggiungerci contratta il prezzo come fosse ad un mercatino di Casablanca, il tassista spazientito gli fa un po' di sconto e se ne va sgommando e bestemmiando.
Abbracci, risate a volume altissimo, e solita finta mossa di pugno nei maroni, sempre quello da quarant'anni. Purtroppo e per fortuna è arrivato Pardo, senza contanti perché ha sforato con i chili del bagaglio a mano quindi ha pagato, nella fretta è salito su un treno sbagliato quindi ha pagato ed essendo arrivato molto tardi non c'era più il trasporto pubblico ha preso il taxi quindi ha pagato.
La genialata dell'aereo a basso costo è andata a farsi fottere.


Il mattino è appena nato, mia moglie e mia figlia si preparano rapidamente per uscire direzione bar, cappuccino e croissant prima di raggiungere la scrivania e il banco.
I ragazzi con tempi e modi diversi sono svegli.
Nino da sempre il più signore di tutti noi esce dalla stanza per salutare rapidamente mia moglie e la mia BAMBINA le raggiunge nel box e le ingloba in un abbraccio unico grazie alle sue braccia da ex cestista.
Sandro Botro cura la sua barbetta come fosse un'aiuola del parco di Buckingam Palace. 
Sergio smanetta sullo smartphone mentre Pardo lo provoca come sempre, ma  Neuro con l'età è migliorato e non gli dà soddisfazione.
Stabiliamo che le dieci sono un buon orario per uscire, al primo caffè inizieremo a pianificare nel dettaglio la serata.
Il tempo non ci manca e oggi abbiamo il lusso di sprecarlo.
A Sergio non è sufficiente la mia vocazione di guida turistica, e con delle informazione legate al gps propone delle strade, che ovviamente io boccio per partito preso ed orgoglio. 
Pardo solo per dar contro a Neuro mi spalleggia. 
Intanto Sandro e Nino per deformazione professionale controllano le facciate delle case, i cantieri edili, sono particolarmente attratti da delle impalcature formate da grosse travi di metallo giallo.
Ci fermiamo per una decina di minuti più o meno ogni cento metri, sono ormai quindici anni che vivo qui e non ho mai visto una città  in così continua evoluzione.
Sandro e Nino, geometri, dopo anni di lavori propri hanno deciso di lavorare assieme: studio associato ro.bo.lu.ce. Sono anni che chiediamo il perché di questo acronimo, ma niente, il segreto ha tenuto davanti a torture, minacce e molto alcool.

La prima pausa è alla fabbrica della mostarda, un locale tipico, che produce senape, mostarde e varie salsine da provare con salumi, formaggi e birra.
Nessuno, neanche per salvare le apparenze, obietta che è troppo presto per una merenda così importante. Orgoglioso dei miei ragazzi.
Una simpatica, giovane e carina cameriera arriva per prendere la nostra ordinazione, nonostante un diploma di english british pagato a peso d'oro il buon Nino non prende la parola, allora mi sento in dovere come padrone di casa di espormi a pubblico ludibrio e chiacchierare amabilmente con la signorina che ci illustra come sposare assieme i prodotti tipici del locale. Fingiamo, peraltro male, di capire tutto e ordiniamo tre piatti misti e delle birre.
Intendo intavolare il discorso di come dovrà essere organizzata la serata di come il moccioso insipido ed inutile dovrà essere trattato, ma i ragazzi fanno orecchie da mercante, sostengono che c'è tempo, "intanto passiamo la giornata".
Solleviamo i boccali intoniamo a bassa voce il nostro coro, ci guardiamo negli occhi e il primo sorso può essere deglutito.
All'arrivo del cibo, sintonizziamo l'infernale aggeggio di Sergio per avere a tavola con noi Costa, che appena vede il salame, il formaggio e la mostarda ci ricorda che: "il consumo di insaccati non fa affatto bene, favorisce malattie cardiovascolari e anche il cancro, insomma possono portare ad una morte precoce".
Nessuno molla il companatico che aveva in mano, ma tutti abbiamo l'altra sotto il tavolo.

Devo ammettere che la nostra consapevolezza è maturata, ora oltre che i vari locali, ci piace anche girare i posti, visitare luoghi più o meno conosciuti.
Ognuno di loro mi chiede una cosa interessante della città che hanno trovato su internet prima di partire quindi andiamo a scoprire delle cattedrali, piazze e soprattutto un famoso teatro sempre in grande fermento artistico. 
Proprio nel foyer si sta scatenando un anziano chitarrista con barba bianca lunga e vestiti colorati, non ho nozioni musicali e neanche un buon orecchio ma mi sembra di capire che sta chiedendo troppo al suo usurato strumento e vedendo gli atteggiamenti degli organizzatori del festival, il nonno rock ha sforato pure il suo tempo a disposizione. 
Non si scompone, va avanti a testa bassa e abbozza pure un duck dance stile Angus Young degli AC/DC, a Sandro si illuminano gli occhi ed inizia ad incoraggiare con urla stile country e sventolando un orribile foulard che teneva al collo.
Il freddo pubblico che dedicava al massimo un sorriso di tenerezza verso il vetusto musicista adesso è distratto da Sandro che parte con il suo quarantennale repertorio, mosse da grande ballerino, simulazioni di violente schitarrate e per finire il clou, il suo pezzo forte: moonwalker stile Michael Jakson e come finale la mossa del mitico lottatore americano Hulk Hogan con gli indici delle mani ad indicare il cielo.
Noi lo guardiamo con l'occhio rassegnato ma divertito, dentro di noi abbiamo il conflitto che Sandro ha già vinto: facciamo i normali cinquantenni e magari ci comodiamo ad un tavolino ad ascoltare uno più vecchio di noi o seguiamo il nostro leader artistico e scateniamo l'inferno?
La risposta la fornisce Pardo che nel suo è un genio, un genio del male, ma pur sempre un genio. Arriva con un vassoio per mano di birra della casa, il numero dei bicchieri è ampiamente sproporzionato al numero degli elementi dell'allegra brigata.
Pardo sostiene che consumando molto abbiamo più potere nel pretendere qualcosa dai gestori della festa. Vabbe'.
Siamo sotto al palco come i teen agers, e abbiamo un problema vero: Nino il nostro elemento di razionalità, sta muovendo la testa a ritmo come fosse un cantante di una metal band e simula con il braccio il movimento della criniera, che lui ha perso prima dei venticinque anni.
L'obiettivo di mettere in difficoltà gli organizzatori è stato raggiunto, infatti non si sbracciano più per interrompere il nostro personale Jimy Hendrix, anche se la sala non è più tanto piena. Probabilmente per essere metà pomeriggio garantiamo un buon incasso da soli, attendendo la serata.
Scemiamo il nostro entusiasmo, per salvare le nostre coronarie ma soprattutto quelle del nostro chitarrista che quando decide di smettere ci viene ad abbracciare.
Ci comodiamo ad a un tavolino, tra insulti e pacche, Sergio riesce ad ordinare e bere un caffè. Nel gruppo c'è grande soddisfazione per aver animato un fiacco venerdì pomeriggio, i vassoi del Pardo sono vuoti da un po' ma la gola, dato lo sforzo fisico, è da idratare. 
Sergio intanto, come sempre quando siamo a tavola chiama Costa, a connessione avvenuta provo ad organizzare la serata, alla crocifissione del giovane aspirante cavaliere della mia BAMBINA, in fondo mancano poche ore.
Appena prendo la parola arrivano un paio di birre, ovviamente devo interrompere per intonare il nostro canto, guardarci negli occhi, e deglutire il primo sorso.
Non riuscirò più ad intrecciare alcun discorso per schematizzare la serata, ma non mi preoccupo perché li conosco e ho fiducia nella nostra intesa.
Usciamo dal teatro, prima di farlo però Sergio deve interrompere il contatto col Costa che dopo i nostri balli ci vede sudati e si raccomanda di vestirci bene perché: "conciati come siamo è un attimo prendere una polmonite".

Provo sensazioni ottime, vedo i ragazzi belli carichi, non ho potuto pianificare la cottura del pivello ma so già che basterà partire e tutto sarà come sempre quando qualche nuovo "ospite" aderiva alle nostre uscite serali. Una matricola severa, che traccia il segno: dentro o fuori, il bene o il male.
Il mio countdown è iniziato, sono sempre stato puntuale anzi per le occasioni speciali cerco sempre di arrivare in netto anticipo oggi però non dipende solo da me, i ragazzi sono in vacanza e onestamente non posso forzare il rientro. 
Mando un messaggio a mia moglie e preannuncio un possibile leggero ritardo, stranamente immediata la risposta: ok, non preoccuparti.

Sergio ha sentito parlare dell'accumulatore, un pazzo furioso che trentacinque anni fa riparava biciclette nella cantina di casa sua e mentre aspettavi ti offriva una buona birra, col passare del tempo si è reso conto che vendere le birre era più remunerativo e meno faticoso. Ha spostato le bici vecchie che usava per ricambi ai lati, appeso delle vecchie lanterne al soffitto, sostituito il pittoresco caminetto con un più sicura e funzionale stufa in ghisa, e posizionato due tavolacci con quattro panche. 
Riempiti due grandi frigoriferi con bottiglie di tre tipi di birra artigianale: bionda, ambrata e scura.
Conosco bene l'accumulatore, ho visto anche la sua officina bar mutare nel tempo. 
La prima volta le panchine erano piene di vecchi vestiti e casse di vuoti a rendere, scatoloni di sottobicchieri e candelabri.
Adesso un minimo di logica c'è, almeno si può bere in pace una birra senza paura di crolli alle spalle. La birra più cara della città perché l'accumulatore è folle ma mica scemo, e questo locale strano che fa tendenza lo sfrutta al massimo.
Anticipo ai miei amici che appena entreremo ci chiederà da dove veniamo è appena risponderemo Italia lui ci ricorderà che a Busto Arsizio ha comprato il suo furgone e che a Rovereto ha dei suoi vecchi amici di un gruppo anarchico internazionale, subito dopo dovremo lasciare un ricordo in italiano sul libro delle visite. 
Tutto secondo copione.

Sarà la lunga giornata a piedi, sarà la tensione per il vicinarsi dell'incontro con l'inutile adolescente o la leggera asma allergica scatenata dal gatto dell'accumulatore ma comincio a sentire la stanchezza e la decisione di provare tutti e tre le fragranze della birra, non aiuta.
Sandro, fumettista mancato, disegna sull'album: è completamente rapito dalla sua opera in via di soluzione, dall'accumulatore che in qualche lingua gli racconta la storia della vita, dall'atmosfera del posto.
Sergio fotografa le biciclette appese  al soffitto, ma dimostra disappunto perché dato il bunker dove siamo non può immediatamente condividerle per assenza di rete.
Pardo vicino a Sandro cerca di comunicare con il gestore, e precisare che il posto è unico ma il prezzo della birra è assolutamente inadeguato, Nino si guarda in giro e mantiene una postura gobba con il collo piegato in avanti, non ho mai capito perché (ma la cosa non mi riguarda direttamente) quelli alti hanno sempre paura di battere la testa nonostante tra il loro capo e il soffitto ci sia spazio sufficiente.
Stiamo particolarmente simpatici all'oste che ci fa assaggiare della frutta sotto spirito, i vasi dalla quale estrae fragoline e pezzi di pesche sono possibili portatori di tetano e altre malattie, ma noi non siamo Costa e poi il superalcolico nel quale sono immerse sicuramente, sostiene genuinamente Sandro, le ha disinfettate. 
Non ci ha convinto ma non possiamo esimerci, non si offende mai chi offre.
Chiediamo all'accumulatore di uscire per una foto assieme e per collegarci con Costa, fare assieme il nostro coro in suo onore con lo shottino di fragole fradice di acquavite. L'uscita è un toccasana per me e Pardo anche se per motivi completamente diversi infatti lui si accende una sigaretta, io prendo una boccata d'aria che mi regola il respiro dopo il gatto.
Costa, vede Pardo fumare e gli ricorda i danni permanenti che il fumo procura mentre a me consiglia di prendere fexofenadina, loratadina o cetirizina ogni qualvolta so do dover frequentare un luogo con dei gatti.

Finalmente ci incamminiamo verso casa, siamo in ritardo, non grave ma in ritardo, Pardo sostiene che la staffa non si può saltare, ma stavolta mi impongo, nessuno dice nulla e Nino si attacca celermente al cellulare.

Già mi immagino il biondino scattare dal divano all'entrata mia e degli zii, con il terrore e il rispetto in quegli occhi che io un giorno potrei togliere con le dita della mano e friggerle assieme a delle teste di calamaro.
Siamo in prossimità del cinquantatré mio numero civico, ore ventuno precise, mezz'ora di ritardo alla cena fissata in un orario molto strano dalle abitudini locali e da quelle di mia moglie.
Non faccio in tempo ad estrarre le chiavi del garage che dal portone attiguo esce lui, che senza pause e con un unico respiro mi dice: le chiedo scusa, ma in settimana i miei genitori mi permettono di uscire fino alle 21, mi dispiace che proprio oggi lei sia stato impegnato con i suoi colleghi in un'assemblea straordinaria ma ho parlato molto con sua moglie. Buonasera e buonanotte.
Infila il suo caschetto, mi stringe la mano, salta sulla bicicletta e sparisce.

Attonito mi giro verso la mia combriccola, a stento trattengono le risate entriamo a casa e mia moglie come una teen ager scambia il cinque alto con i Giuda, la mia BAMBINA che reputavo innocente ed ingenua abbraccia e bacia tutti, ogni "grazie Zio" sento una doppia pugnalata, poi viene da me ridendo e mi abbraccia, ricambio l'abbraccio ma la stringo più forte, ha vinto lei come sempre.

Ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti non sono puramente casuali.
 Il bagaglio di Sandro e il bar officina dell'accumulatore.